Cavalluccio Marino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Cavalluccio Marino

 

C’era un giovane bruno come l’ebano. Aveva capelli neri, occhi verdi e la pelle bruciata dal sole dell’estate. Viveva in una baracca arroccata sugli scogli di Vernazza, nei pressi di Genova, con una finestra in legno bianco affacciata sul mare. Questo giovane si chiamava Marino. Era nato in spiaggia, durante una notte di luna piena, mentre le onde pigre vibravano di un riverbero in continuo movimento. Era nato prematuro, come se avesse fretta di venire al mondo, attratto dal continuo respiro di quell’acqua per cui suo padre volle chiamarlo così: Marino.

Va detto che nel porto di Vernazza riposava un’antica barca in legno. Galleggiava ormeggiata alla banchina di testa da talmente tanto tempo che nessuno riusciva a ricordare da quanto. Aveva l’albero maestro scrostato e le vele a brandelli e un colore sbiadito dal caldo torrido dei mesi estivi e dal gelo degli inverni. Era una barca che un tempo serviva per il trasporto di bestiame: di cavalli. Faceva la spola ogni settimana tra Genova e Napoli carica di vita scalpitante.

Accadde un giorno che l’armatore la utilizzò per consegnare ad un ricco avvocato della capitale il più bel cavallo che occhio umano avesse mai veduto. Era nero, lucente, purosangue, campione di corse e dal carattere indomabile. Per sicurezza si decise che quell’animale avrebbe dovuto navigare solo, senza altri cavalli, e così fu.

La barca salpò in una mattina di sereno e prese il largo. Accadde che, quando la costa non si riusciva ormai a vedere, il cielo si chiuse di nubi scure e il vento prese schiaffeggiare le onde e in un attimo fu notte e tempesta. I marinai ridussero le vele. Correvano come i matti su e giù per il ponte e sotto coperta, mentre il cavallo stava rinchiuso nella stiva, ben legato all’interno di un solido box.

Le ore trascorsero lente e i marinai riuscirono a portare in salvo il vascello, ma quando arrivarono in porto, con gran sorpresa, non trovarono alcun animale nella stiva. Il cavallo era misteriosamente scomparso e nessuno seppe mai dove fosse finito.

L’armatore, caduto in disgrazia a causa della perdita del prezioso animale, fu costretto a vendere la barca ad un pescatore che, ascoltata quell’incredibile storia, decise di chiamarla: “cavalluccio”.

Insieme affrontarono anni di tempeste e mareggiate e il pescatore si stupiva di come la propria barca s’impennasse nel vento affrontando il mare grosso, uscendone sempre vittoriosa: come fosse dominata da uno spirito proprio.

Alla sua morte, non avendo figli o eredi, lasciò “cavalluccio” attraccata alla testa del molo di Vernazza. Assicurata saldamente con due cime ormai dense di cozze e triste per non poter più solcare libera il mare.

Capitò che Marino, una mattina, fosse intento a rattoppare le reti. Marino era pescatore e trascorreva molte ore ricurvo, sotto il sole cocente, a rammendare squarci che i fondali incidevano tra una maglia e l’altra. Se ne stava mesto a giuntar corde quando alzò lo sguardo e la vide. Vide “cavalluccio” e per la prima volta si accorse di lei.

Non ci aveva mai fatto caso sino a quel momento tanto era abituato a quella sagoma galleggiante. La vide e decise che sarebbe stata sua. Andò dal gestore della porto, concordò una cifra e ci salì a bordo. Solamente a posarci sopra un piede gli parve di non essere solo. La esplorò attentamente e lei si lasciò guardare.

Prese a ripulirla e a ripararla. Giorno dopo giorno. Con cura. Cavalluccio ritornò a brillare dell’antico colore. Le sue nuove vele bianche ora svettavano tra le altre e lei galleggiava impaziente. Aspettava il mare e il mare arrivò.

Una bella mattina Marino ci uscì a pescare. Mollò gli ormeggi e la condusse docile fuori dal porto. Qui issò le vele e un buon vento li spinse al largo. Una barca del genere non l’aveva avuta mai. Filava sulle onde che era un piacere, non temeva le tempeste e le burrasche ed era elegante come un cavallo di razza. Dal porto la guardavano uscire e rientrare ammirati.

Accade che, un brutto giorno di maltempo, Marino decise di prendere il largo. Non doveva pescare, solamente era triste e malinconico e riusciva a sentirsi a proprio agio solamente in mezzo al mare.

Il cielo brontolava e fiammeggiava. In paese si preparavano all’acquazzone sprangando per bene porte e finestre mentre lui si apprestava a navigare. Prendeva il largo mentre molte altre barche rientravano in porto. Ben presto si trovò solo diretto proprio nel cuore di quel nero spaventoso.

Lui era così. Amico del mare fin nel profondo. Amico del mare anche quando faceva il burbero. Cavallino procedeva fiera, miglio dopo miglio, e quando il vento prese a fare il diavolo a quattro lei lo affrontò impavida: di bolina stretta, tutta coricata su di un lato, con le vele che quasi accarezzavano le alte onde. La prua si alzava al cielo e ricadeva in acqua alzando alti spruzzi bianchi di bruma.

Marino reggeva il timone e sorrideva e cavallino affrontava quel disastro temeraria. Sembrava un purosangue. Testarda, forte e bellissima.

Va detto che quella barca pareva essersi affezionata al suo nuovo padrone che aveva provveduto a ridarle vita. Da relitto ora navigava ancora e questo non aveva prezzo.

Accadde che un fulmine si schiantò a pochi metri dalla barca e il boato fu assordante. Marino si spaventò, mosse alcuni passi all’indietro, inciampò in una cima arrotolata a terra, perse l’equilibrio e finì in acqua. Le onde lo sovrastarono. Non riusciva a respirare e gli abiti appesantiti dall’acqua lo trascinavano a fondo. Un’onda, due onde, tre onde. Marino si dibatteva più che poteva ma alla fine non riuscì a vincere il mare. Prese a respirare acqua, a tossire a sfinirsi, fino a quando s’inabissò, metro dopo metro.

Cavallino intanto filava via. D’un tratto le vele lascarono e la barca si arrestò. Voleva salvare Marino. Il timone si mosse da solo e Cavalluccio virò nella tempesta. Giunse presto dove Marino era affondato. Prese a disegnare ampi cerchi concentrici sull’acqua impetuosa. Alzava la prora al vento e la scaraventava tra le onde, quasi volesse seguire il marinaio nell’abisso. Disperata cazzò le vele a ferro e prese a filare di bolina strettissima con un vento che spaccava il mondo.

Filava, quasi distesa, fin ché l’albero maestro si spezzò. Il disastro fu preannunciato da un sottile scricchiolio e poi da uno strappo violento. Il legno di larice, cadendo pesantemente, aprì una falla nella chiglia. L’acqua prese ad entrare prepotente nella pancia di Cavalluccio che si abbandonò al proprio destino, inseguendo Marino nelle profondità.

Sotto il mare della tempesta non vi era traccia. Una pace silenziosa regnava sovrana. Cavalluccio toccò il fondo poco più tardi. Si poggiò sulla sabbia con un sordo tonfo, proprio accanto a Marino, e qui si distese su di un lato con gli stracci di vela che coprirono il giovane marinaio, come a volerlo scaldare.

Nelle settimane successive molti pescatori si diedero da fare senza successo per cercare il loro compagno in fondo al mare.

Capitò che una bella mattina, tal Sagola, uomo di mare di Vernazza, uscì a strascico che albeggiava. Nemmeno mezzora e le reti s’incagliarono. Sagola s’adoperò con mille manovre per liberare la barca ma non ci fu verso. Doveva tagliare le corde, solamente che non ne voleva sapere di perdere lo strascico, che poi bisognava comperarne altro e non era uno scherzo.

Fu così che indossò l’armamento da palombaro e segui le cime in fondo al mare. Metro dopo metro, man mano che si avvicinava al fondale, riusciva a distinguere la sagoma di una barca che emergeva dall’oscurità. Prima solamente il contorno, poi qualche colore, poi un albero maestro spezzato e infine il nome: cavalluccio.

Sagola non stava nella pelle. Aveva trovato la barca di Marino. Prese a cercare il corpo dell’amico lì attorno ma non trovò nulla. Se ne stava a poppa, immobile sul fondale, a pensare a quando, la sera, avrebbe raccontato quell’avventura agli amici che uno strano animale fece capolino dalla stiva, attraverso uno stretto pertugio.

Era un animale che Sagola non conosceva. Che nessuno conosceva. Dalla fattezze alquanto bizzarre. Se ne stava lì a sbirciare il mare con una faccia simile a quella di un cavallo e il corpicino che terminava con una coda tutta attorcigliata che serviva da propulsore per quell’affare così piccolo.

Sagola lo guardò stupito, poi osservò il nome scritto a poppa della barca: “cavalluccio”, ed infine ripensò al caro amico scomparso: “Marino”. Battezzò quell’essere delle profondità “cavalluccio marino” e da quel giorno, quello fu il nome con cui tutti chiamano appunto i cavallucci marini.

Qualche vecchio di mare ancora va dicendo che il cavalluccio marino nasce dallo spirito del bel cavallo, che un tempo scomparve nella tempesta rimanendo intrappolato nel vascello, e dallo spirito di Marino, diventato amico della barca.

Ma queste sono solo leggende. O forse no?…

Racconto – Francesco Vidotto

Disegno di Marina Carosi – www.marinacarosi.it

 

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