I confini del mondo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 I confini del mondo

 

Era inverno e la bora soffiava a pieni polmoni. La città di Trieste, battuta da un vento ghiacciato, si apprestava a vivere la notte silenziosa. Piazza dell’Unità, deserta e molto illuminata, era percorsa solo da qualche sacchetto vuoto che veloce la sfiorava turbinando per poi svanire sospinto dall’aria battente.

Stretto nel mio paltò marrone, inclinandomi contro vento per non perdere l’equilibrio, cercavo un locale dove poter mangiare qualcosa.

Camminavo rapido, un passo dietro l’altro, socchiudendo gli occhi e respirando il necessario.

Avevo freddo ma ero felice. Proprio quel giorno al lavoro ero riuscito a farmi sentire, a dire la mia e…sorpresa… era piaciuta! Nuove prospettive di carriera mi si paravano d’innanzi. L’indomani sarei ritornato a casa, in montagna, dalla nonna, dai miei, nel mio spicchio di mondo, fatto tutto sommato di poche preoccupazioni. Il tempo per me non esisteva. Non vedevo incertezze sulla mia strada. Sorridevo contento nel vento.

Girato l’angolo, a terra, un barbone rannicchiato tremava. Un cappotto logoro lo copriva, guanti e scarpe bucate fingevano di scaldarlo. Tremava come una foglia. Non mi domandò nulla. Rimase immobile. Mi avvicinai impietosito inginocchiandomi vicino all’uomo.

“Mi sente?” – domandai – “mi sente signore? Vuole scaldarsi? Venga con me, forza, l’aiuto io”

Volevo accompagnarlo in un locale per farlo scaldare, per offrirgli qualcosa. Il vecchio non si muoveva, sembrava di sasso. D’improvviso si voltò fissandomi immobile. I suoi occhi s’accesero d’un lampo celeste intenso che bruciò in loro a lungo. Mi guardava luminoso, impersonale. Accucciato in quella via mi persi nella luce turchina entrando piano in lui. Aprii gli occhi lentamente, come se mi risvegliassi da un lungo sonno.

Dopo pochi attimi di esitazione un dolore profondo ai polmoni mi fece tossire. Sentii il sapore del sangue sulle labbra. Le braccia, le gambe, tutto quanto il mio corpo era congelato e immobile, accasciato su di una superficie rigida e fredda. Subito la memoria iniziò a scavare a fatica in un passato incerto per reperire qualche risposta sensata.

Gli accadimenti del giorno trascorso parevano lontani, quasi inesistenti. Vedevo invece vivida l’immagine di una moglie e tre figlie strette attorno ad un tavolo di formica marrone, ferme all’interno di una cucina dai muri scrostati. Vedevo nitidamente il giorno dei loro funerali.

Ricordavo il dolore profondo, le lacrime che stentavano a sgorgare, i singhiozzi, la disperazione. Vedevo la lettera di licenziamento e poi lo sfratto. Il bisogno di chieder aiuto e l’angoscia di non trovare alcuna mano tesa. Infine l’ospedale e quella diagnosi terribile di cancro ai polmoni.

Sentivo la realtà stringersi attorno a me come una morsa spietata. Non mi dava occasione di pensare al domani, di progettare un futuro o semplicemente di non pensare. Non riuscivo a vedere il mondo immenso come un tempo, denso di occasioni e alternative, di luoghi da visitare, da scoprire, da gustare.

Il mio confine moriva sul nascere del marciapiede in fronte a me, nulla più. Avevo vinto la disperazione solamente rassegnandomi. Un colpo di tosse violento d’improvviso mi scosse, sputandomi nuovamente nei panni di un giovane benestante e ambizioso, chino su di un poveraccio, intento ad aiutarlo.

Da quella sera così strana considero la felicità un regalo fragile e prezioso. Sto molto attento a non giudicare, consapevole che il mio giudizio è radicato in una realtà forse troppo fortunata e, soprattutto, faccio attenzione a non scordare che il mio mondo… non è l’unico mondo…

 

Racconto – Francesco Vidotto

Disegno di Marina Carosi – www.marinacarosi.it

 

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