La casa delle bambole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 La casa delle bambole

 

Sono arrivate le vacanze di Natale.. finalmente!

Esco dal lavoro quasi alle otto di sera dell’antivigilia. Scendo le scale dell’ufficio quattro gradini alla volta con il pc in spalla e il borsello stretto in mano, diretto verso i miei quattro giorni di ferie. Raggiungo l’auto che pioviggina, la apro e schiaffo il computer in baule. Accendo il motore, parto e mi immetto in una tangenziale densa delle luci dei fanalini di coda delle automobili. Penso velocemente a tutti i regali che ho comprato: mamma, papà, zio e zia, mio fratello, i cugini, la nonna, la fidanzata. Ci sono tutti? Porca miseria no! Ho scordato il mio caro amico Marco.

Nervoso metto la freccia e sguscio fuori dall’infernale ingorgo, arrivo in centro e parcheggio alla meno peggio sul marciapiedi davanti ad una cartolibreria. Entro con gli occhiali bagnati di pioggia e appannati dal variare della temperatura, sgomito tra una folla di ritardatari intenti a comperare gli ultimi doni.

Cerco il libro che avevo in mente. Esaurito. Ne cerco un altro. Esaurito. Ne prendo uno quasi a caso nella speranza che piaccia a Marco. In fin dei conti basta il pensiero!

Ritorno in auto e noto un’uniforme blu che si allontana dal mio ruggente mezzo ed un foglietto rosa sul parabrezza. Inseguo il vigile, gesticolo, chiamo, corro ma piove sempre di più e lo lascio scappare. Ritorno in macchina, ripongo nel vano portaoggetti il grazioso regalo dell’Amministrazione Comunale, volgo gli occhi al cielo e mi appresto a scagliare una qualche maledizione al pubblico ufficiale ma mi trattengo. In fin dei conti è Natale.

Sono ormai quasi le nove. Mi immetto mio malgrado in un traffico furioso. Nel procedere osservo i volti degli altri conducenti. Sono terribili. I muscoli delle mandibole tesi, spettinati, con gli occhi fissi nella pioggia. Alcuni fumano come turchi, altri imprecano. Di metro in metro mi tuffo in autostrada. Qui proiettili di metallo sfrecciano a duecento all’ora diretti ciascuno verso la propria casa. Faccio come loro e corro a più non posso cercando di far mia la vacanza conquistata con fatica.

Arrivo a Conegliano, apro il cancello, il cane mi viene incontro festoso e piazza le possenti zampe intrise di fango sul vestito nuovo. Lo scanso in malo modo. Lui mi guarda e non capisce. Entro in casa e con le mani occupate dai regali, dal computer, dal borsello, dalle chiavi apro la porta e l’allarme inizia a fare il diavolo a quattro. Lascio cadere tutto, mi proietto alla centralina, inciampo sulle scale, quasi cado, la raggiungo con uno slancio disumano ed infilo la chiavetta di plastica nell’ apposito foro.

Silenzio.

Ficco quattro cose in borsa, mi cambio, preparo da mangiare al mio quadrupede, mi giustifico con la polizia che intanto è arrivata a caccia dei ladri delle vacanze, risalgo in auto e di nuovo via, veloce come il vento, verso la montagna.

Arrivo esausto con il cuore che salta fuori e gli occhi sbarrati. In testa ho ancora i numeri dei bilanci visti durante il giorno. Nemmeno mi rendo conto di quello che succede. La sala è deserta. Forse la mia famiglia è uscita. In mezzo al tavolo una casa in legno. Una miniatura di una casa di montagna. Poso i bagagli e mi avvicino. La ispeziono. Un lato è mobile. Lo apro con delicatezza. Una musica magica invade la stanza mentre le minuscole finestre e lampadari brillano di lucette tremolanti. E’ un carionne.

All’interno, in ciascuna stanza, piccoli pupazzi danzano. Avvicino la faccia alla strana costruzione. La osservo nei particolari. Il camino è acceso in salotto. Un papà vestito a festa fuma la pipa mentre un ragazzino lo ammira meravigliato, una mamma con il pargolo in braccio aiuta la nonna che stende la pasta per le tagliatelle. In un’altra stanza due bambini giocano allegri con il cane mentre il nonno, dall’alto della finestra della mansarda, saluta con la mano i suoi cari. Al piano superiore c’è una ragazza che si pettina mentre, sono sicuro, il profumo della pasta fatta in casa invade la piccola dimora.

Mi perdo per vario tempo in quella musica così lenta e dolce. Per un attimo la sensazione del Natale in famiglia mi entra nel cuore. Penso veloce ai moderni miniappartamenti per minifamiglie, vuoti di giorno e silenziosi la notte, ai bambini all’asilo, agli anziani in case d’accoglienza. Ma tu guarda se noi, figli di un progresso evoluto, per riscoprire il senso della famiglia dobbiamo comperare in carionne!

Racconto – Francesco Vidotto

Disegno di Marina Carosi – www.marinacarosi.it

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