La do mi sol

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La do mi sol

 

C’era una volta un liutaio. Era un liutaio del Cadore, di quelli che costruivano le chitarre con il legno migliore.
Lavorava notte e giorno e da un albero intero ricavava una chitarra. Una soltanto. Una chitarra che aveva la voce di quel legno e cantava le sue storie. Ciascuno strumento era differente dagli altri. Suonava in maniera diversa.

Accadde un autunno che il liutaio s’imbatté in un albero molto particolare: era una pianta che non cresceva. Ci aveva provato ad innaffiarla, a concimarla anche, a farle compagnia, ma non c’era stato niente da fare: lei rimaneva piccina.
Aspettò qualche anno e poi, una mattina di ottobre, decise che avrebbe costruito la sua prossima chitarra proprio con il legno di quello strano albero.

Mise nella gerla l’ascia e la sega, s’addentrò nella foresta e dopo molto camminare lo trovò fermo lì, sempre nel medesimo posto, lo tagliò e lo trasportò fino a casa.

Era leggero e piccolo ma sufficiente per una buona chitarra. Lavorò un mese intero con le migliori pialle. Ci lavorava nelle ore del giorno più secche affinché l’umidità non rovinasse lo strumento che piano piano stava nascendo.

Quando fu pronto lo poggiò sopra il banco da lavoro e lo guardò. Era senz’altro la sua opera più bella: di una forma che ci si potava innamorare: sinuosa e lucida. Lasciava trasparire le venature rossastre che parevano fiamme. I tasti erano precisi e perfettamente disegnati e le corde nuove scintillavano nella luce fioca della bottega.

Il liutaio, orgoglioso, la volle regalare al maestro di musica del paese perché la suonasse con classe, come solo lui sapeva fare.

Il professore si sedette, imbracciò lo strumento, lo tastò, ci poggiò sopra l’orecchio, prese posizione e suonò il primo accordo. Un insieme di suoni senza la minima armonia impregnarono l’aria.

Il musicista accordò la chitarra con cura, ruotando le chiavi con perizia e pazienza. Fece molta attenzione. Ciascuna corda suonava alla perfezione. Soddisfatto provò un accordo intero e un’altra stonatura fece rabbrividire il liutaio e il maestro.

Stettero delle ore a provare e riprovare ma alla fine il musicista disse che lo strumento era fatto con del legno acerbo che doveva ancora assestarsi e per questo, tendendo le corde, non teneva la forma e il suono.

Fu così che la chitarra fatta con il legno del giovane albero iniziò il suo lungo viaggio. Il falegname non ebbe il coraggio di bruciarla perché era davvero bella e così la regalò all’oste del paese che, non sapendo suonare, l’appese alla parete.

In molti la provarono negli anni e la scartarono di continuo per la sua capricciosa maniera di suonare però nessuno la distrusse mai.

Quello strumento passò di mano in mano e viaggiò per mezzo mondo, sempre in esposizione nelle bettole, sugli scaffali delle birrerie, sulle mensole di qualche museo, appesa ai muri delle ville del centro di Roma fino ad arrivare in un bar di Genova: un piccolo bar scalcinato nella periferia di Ponente.

In quel bar ci andava spesso una ragazza dai capelli scuri, con il naso grosso come un carciofo. Aveva iniziato da poco a prendere alcune lezioni di musica e, vedendo la chitarra sempre appesa con mezzo dito di polvere sopra, domandò all’oste se poteva averla in prestito. L’oste, uomo imponente e buono dai baffi scuri e folti, sorrise e le disse che poteva tenerla per sempre. Così la ragazza se ne andò a casa con il suo nuovo strumento in spalla.

Una volta arrivata, si sedette a gambe incrociate sul letto con un libro di musica di fronte, lo imbracciò e suonò un accordo con dita poco esperte.

La chitarra in quegli anni era molto invecchiata e il legno aveva preso consistenza e la stanza della ragazza fu invasa da un suono meraviglioso. Un suono di quelli che non si scordano. Era una musica simile al vento tra gli alberi . Una musica da far innamorare.

La bambina ci riprovò, convinta ormai di suonare come i grandi, ma il legno cedette e le corde si scordarono e lo stridore fu assordante quanto era stato bello il suono di poc’anzi.

Credette che la causa fosse la sua incapacità di suonare così la tenne con sé e non smise di provare e riprovare canzoni di ogni tipo.

Capitavano giorni in cui lo strumento le regalava il cuore e le canzoni erano sublimi. Ci trascorse notti intere in spiaggia a suonare per gli amici di fronte al fuoco o da sola, la sera, prima di addormentarsi, sul terrazzo di casa. Quando la chitarra suonava non c’era melodia che potesse uguagliarne il suono.

Altre volte invece, non ne voleva sapere di fare un accordo che fosse uno. Stonava e stonava e non la smetteva. La ragazza si arrabbiava, la sbatteva a terra, diceva che non se la meritava una chitarra del genere con tutte le volte che la lucidava, con tutte le cure che aveva per lei.

Però poi la raccoglieva e l’appendeva alla parete sopra il letto e la guardava ammirata, perché lei era una persona che di sbagli ne aveva collezionati nella vita e così pensava che quella fosse la chitarra fatta apposta per lei. Una chitarra che suonava bene e male. Una chitarra viva e capricciosa.

Passarono tanti anni e quella ragazza divenne donna e la donna divenne mamma e nonna e tutta bianca e buona e la chitarra sempre lì con lei.

Aveva avuto la pazienza di tenerla con sé e di volerle bene, sebbene non fosse perfetta.

Capitò così una sera che la nonna di ormai novanta e passa anni si sedette sul letto, proprio davanti allo specchio di camera sua e prese con le mani che tremavano la vecchia chitarra costruita molto tempo prima da un liutaio esperto con il legno di un albero che non cresceva mai.

Prese in mano la chitarra e se la strinse al petto e iniziò a suonare quei pochi accordi che ancora aveva a mente. Le sue mani fragili non premevano le corde come avrebbero dovuto ma la casa si riempì di note dolci come il miele. Non una stonatura, non uno sbaglio, niente di niente. Solo musica perfetta.

La nonna continuò a suonare con gli occhi chiusi e la musica non sbagliò mai, poi li aprì e vide lo specchio di fronte a sé e in lui la propria immagine solamente che al suo posto, seduta lì, sul bordo del letto, c’era la bambina di un tempo, quella che aveva chiesto in prestito la chitarra all’oste, con gli occhi vispi, i capelli del corvo e quel naso come un carciofo e d’un tratto capì. Non era il legno che si ritirava e la chitarra che stonava. No. Niente di tutto questo.

Era la pianta con cui era stata costruita, quella che non cresceva mai. Una pianta che aveva dato l’anima ad uno strumento che suonava solamente se eri bambino.

La nonna, a quell’età, fu talmente felice di quel regalo che non pensò nemmeno per un attimo a tutte le delusioni che quel dannato strumento le aveva fatto patire, alle brutte figure che le aveva fatto fare con gli amici mille e mille volte, alle umiliazione quando, in qualche bettola, tutti quanti la fischiarono.

Fu solo felice di essersi tenuta quella chitarra fatta di un albero che non ne voleva sapere di crescere.

 

Racconto – Francesco Vidotto

Disegno di Marina Carosi – www.marinacarosi.it

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Stella Alpina

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