Lucciole d'estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lucciole d’estate

 

Ricordo quando da bambino mi capitava di rincorrere le lucciole che volavano serene sui prati. Lo facevo con le braccia tese e le mani aperte nel tentativo di afferrarle, inciampando spesso nei pantaloni un po’ troppo lunghi per le mie gambe corte e svelte.

L’immagine di quegli strani insetti mi è rimasta a lungo impressa nella mente insieme al mistero che avvolgeva il loro magico brillare.

Parecchi anni più tardi, durante una passeggiata in collina, mi sono imbattuto in un anziano contadino. Cominciammo a parlare del tempo e dell’uva e, non so come, il discorso finì proprio sulle lucciole.

“Io conosco il loro segreto” mi disse furbescamente abbassando la voce e guardandosi attorno con occhio sospetto.

“Davvero?” risposi io sorridente.

Senza aggiungere altro mi afferrò il braccio con la sua mano ruvida e nodosa conducendomi sotto le fronde di un vecchio salice. Lì ci sedemmo all’ombra e, mentre un tiepido vento ci accarezzava gentile, iniziò a raccontare.

“Molti anni fa” – disse – “quando ancora solamente pochi animali e insetti popolavano questo nostro bel pianeta, le notti erano dense di sussurri e canzoni”

Le sue mani sfregavano compiaciute tra loro nel parlare.

“C’erano in particolare due insetti invidiati da tutti gli altri” – continuò -“i grilli e le lucciole. Si amavano alla follia.

Ciascun grillo aveva la sua lucciola nel cuore, e d’estate, quando il caldo impregnava l’aria e il silenzio i prati, rivolgendosi alla luna intonava dolci canzoni per la propria amata ed il suo frinire riempiva l’aria.

La lucciola, felice di tanta dolcezza, svolazzava sopra il suo bel grillo accesa da così grande amore e rischiarava il cielo sopra lui e i prati. Le colline spesso parevano incantate, quasi come se un velo di stelle fosse sceso a dar loro la buona notte sfiorandole.

Poi arrivò il progresso e con lui il rumore ed il frastuono. I grilli continuarono a contare fin quando ebbero voce e con loro le lucciole a danzare lucenti nel buio ma purtroppo, con l’andare del tempo, la voce andò scemando ed il frinire scomparendo. Le povere lucciole, non sentendosi più amate come un tempo, andarono rattristandosi e spegnendosi pian piano, sino a lasciare le notti immerse solo nel silenzio e nell’oscurità”

Il contadino aveva lo sguardo fisso al suolo, sconsolato. D’un tratto sollevò il viso guardandomi ridente dicendo:
“Ma se ti capita di allontanarti dalla città una sera d’estate, di ritrovarti in aperta campagna, solo con le viti ed i filari, potrai ancora sentire il canto di qualche innamorato timido ma presente e, a ben guardare allora, riuscirai a scorgere una luce verde alzarsi dall’erba e volare felice ricordando al suo grillo che ancora esiste”

Avevo il sorriso stampato sulle labbra ascoltando le parole dell’anziano, allora mi voltai verso di lui per fargli i complimenti, per dirgli che le storie le sapeva raccontare proprio bene ma con mia sorpresa non lo vidi. C’era solamente il tronco del salice e mi accorsi che ormai era il tramonto. Stranito mi alzai incamminandomi verso casa. Pochi passi e udii il sussurro di un grillo, mi fermai, curioso frugai con lo sguardo per terra in cerca della magica luce svolazzante. La vidi. Sorrisi.

Poco distante un trattore accelerò. Probabilmente un viticoltore che se ne tornava a casa dopo aver pompato le viti.
Il grillo tacque costretto, la lucciola si spense rattristata, la sera rimase buia, quasi senz’anima. Senza la sua voce propria.

 

Racconto – Francesco Vidotto

Disegno di Marina Carosi – www.marinacarosi.it

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