"L'orologio del nonno" LA PIAZZA, 2005

"Stella alpina" LA PIAZZA, 2005

"Lucciole d'estate" LA PIAZZA, 2005

"Due chiacchiere di un albero con le sue radici" LA PIAZZA 2005

"Bianco Natale"

"i confini del mondo"

"Finalmente silenzio e la voce del vento"  LA PIAZZA 2006

"La casa delle bambole" 

 

 

 

 

 

 


L’orologio del nonno


Ricordo come ora quando da bambino me ne stavo con il mento appoggiato al tavolo osservando le mani del nonno che impastavano sapientemente il pane. Annusavo la farina aspettando che staccassero un po’ di pasta e me la porgessero. Allora mi cimentavo nel dar forma ad una michetta microscopica che veniva poi riposta in forno con le pagnotte serie, quelle che si mangiavano davvero.
In quei momenti mi smarrivo nel movimento delle lancette del suo orologio. Un Omega dorato con il cinturino in pelle nera, il quadrante bianco sbiadito e la carica manuale. Si muoveva ritmicamente con il suo polso, avanti e indietro, senza abbandonarlo mai.
Spesso tagliavamo il prato insieme, davanti alla casa in montagna, oppure aggiustavamo la macchina o spaccavamo la legna per l’inverno.
L’abbigliamento cambiava, le stagioni mutavano, ma l’orologio del nonno non la smetteva mai di segnare il fluire del tempo.
La cinghietta pian piano si rovinava piegandosi e lacerandosi all’altezza della piccola fibbia e veniva regolarmente sostituita da una più nuova, rigorosamente nera e di pelle.
Ricordo le nostre passeggiate in spiaggia in costume, d’estate, oppure sotto la neve durante le vacanze di Natale e lui sempre lì.
La sera lo toglieva gentile riponendolo sul comodino accanto al letto e stendendo accuratamente il cinturino facendo in modo che si rovinasse il meno possibile.
Agli occhi del bambino che ero quel congegno miracoloso aveva assunto un significato quasi regale.
Era l’immagine delle parole sagge di un anziano sempre pronto a dare consigli opportuni, la faccia della puntualità, del rispetto della parola data. Era un amico fidato del mio dolce nonno. Immaginavo l’avesse accompagnato per tutta la sua vita, attraverso due guerre e tanta povertà, attraverso le gioie della famiglia e momenti lieti come la nascita delle sue due figlie.
Di tanto in tanto lo scorgevo seduto sul letto, leggermente chino in avanti, con le robuste mani che giravano piano la carica del vecchio omega, facendo scorrere la rotellina tra il pollice e l’indice in un continuo sfregar di dita.
E’ passato molto tempo da allora ed io sono parecchio cresciuto, ma la regalità che impregnava quell’oggetto non l’ha mai abbandonato.
Adesso è qui fermo sulla mia scrivania e mi guarda silenzioso. Buono e preciso come sempre. Non veste più il polso del nonno. Lui è partito per un viaggio senza tempo. Nemmeno l’antico ticchettio riempie più il suo cuore di ingranaggi e molle, ma ugualmente mi parla.
Con la sua usura racconta di persone d’altri tempi, del rispetto per le cose e per il tempo.
Dice che sprecare è sbagliato, che l’importante è la sostanza e non la forma.
Con le sue lancette ora immobili suggerisce che il tempo scorre via con la vita ma anche che vi sono cose immuni a questo inesorabile trascorrere, come i valori, il carattere, il rispetto per la fatica.
Di tanto in tanto la notte sussurra parole di speranza. Mi dice che vorrebbe segnare ancora le ore, i mesi e gli anni.
Credo che forse, domani, stringerò il vecchio orologio al mio giovane polso e darò nuovamente fiato ai suoi polmoni, perché mi accompagni attraverso una vita ricca di esempi da seguire.

 

 

 

 


Stella alpina


In epoche lontane, quando l’uomo non calpestava ancora il suolo e gli animali andavano nascendo, la notte ricopriva le montagne con il suo nero mantello. Non vi erano nubi nel cielo e nemmeno uno spicchio di luna a rischiarare le valli.
Il silenzio riecheggiava tra le alte pareti e la neve ricopriva le cime candide ed immobili.
Un laghetto, incastonato come una gemma ai piedi di due alti torrioni rocciosi, ospitava un’infinità di stelle che in lui si specchiavano.
Brillavano alte e lontane di una luce tremolante.
Proprio vicino all’acqua stavano diritti sui loro steli alcuni fiori di color verde. Non erano molto alti, avevano il gambo privo di foglie e tre larghi petali che ripiegavano verso il basso. Non vi era alcun pistillo, solamente le foglie che si univano nel centro. Sembravano quasi normali fili d’erba.
Di giorno si nutrivano dei raggi del sole, ma la notte si avvilivano osservando la maestà del cielo.
Sognavano di poter avere il medesimo colore delle stelle, la loro lucentezza, la loro regalità.
Così, tristi, ripiegavano le teste per non guardare in alto, ma il destino aveva voluto che crescessero proprio accanto ad uno specchio naturale che ricordasse loro ciò che non potevano essere.
Una sera una stella abbandonò le sorelle senza una precisa ragione. Fuggì via veloce lasciando dietro di sé uno scintillio brillante, un arco di fiamme nel cielo. Corse a lungo senza meta, vagabonda nello spazio infinito.
Un giorno come gli altri si sentì attratta da un bagliore che proveniva da non molto lontano. Si diresse curiosa verso di lui. Giunta in prossimità della Terra capì che quella luce non era altro che la propria riflessa dal candore della neve sulle cime. Si avvicinò veloce dirigendosi alla base delle montagne.
I timidi fiori, credendo che fosse giorno, alzarono il capo per scaldarsi i petali e si ritrovarono faccia a faccia con la stella.
Rimasero stregati da tanta bellezza e luminosità ed il più audace tra loro disse:
“Che meraviglia!”
Sulle prime la nuova arrivata ringraziò sentendosi lusingata, ma subito cambiò umore.
“Siete tutti amici?” – chiese piano.
“Sì” – rispose il fiore guardando attorno a sé nel prato.
“Io non ho amici” – replicò la stella triste.
“Come no? Siete così tante!” – incalzò il fiore interessato.
“Da qui sembriamo in compagnia, ma siamo così lontane. Non incontriamo mai nessuno. Per l’eternità”
“Poverina” - dissero in coro i fiori – “rimani con noi, ti faremo compagnia”
“Come posso stare con voi? Scioglierei tutta questa neve rimanendo. Purtroppo non è posto per me questo”
La montagna, che aveva ascoltato la triste storia, impietosita dal destino dei fiori, infelici del loro aspetto, e dalla solitudine della stella, tossì fragorosamente in un tonante rimbombo di rocce e sollevò lenta una mano ben incastonata nel terreno aprendo un profondo varco.
“Entra se lo vuoi” - disse grave – “qui non sarai più sola”.
La stella rifletté con lo sguardo perso nel buio della voragine, poi, la paura di una solitudine senza tempo la sopraffece e decise di seguire i consigli dei nuovi amici.
Si incamminò nelle profondità della terra e la montagna richiuse il passaggio dietro di lei.
Subito il terreno traspirò lucentezza e la valle fu rischiarata da un insolito bagliore che risalì gli steli degli infelici fiori. I petali si ingravidarono moltiplicandosi, nutriti dal nuovo nettare che donò loro anche un regale pistillo ed un dolce tepore, spingendoli a migrare in alta quota, proprio dove a volte le nevi si ritirano lasciando loro posto.
Da allora le stelle alpine germogliano in gruppi, per non soffrire di solitudine, proprio alle pendici dei monti loro padri.
Sono quasi invisibili ad occhio umano, restie a mostrare la magia che custodiscono: lo splendore delle stelle, immacolate, meravigliose e selvagge.
Un fiore di tanto nobile stirpe, talmente potente e deciso ma allo stesso tempo dolce ed ingenuo deve essere lasciato libero di germogliare e morire nella natura.

 

 

 

 

 

"Lucciole d'estate"

 

Ricordo quando da bambino mi capitava di rincorrere le lucciole che volavano serene sui prati. Lo facevo con le braccia tese e le mani aperte nel tentativo di afferrarle, inciampando spesso nei pantaloni un po’ troppo lunghi per le mie gambe corte e svelte.
L’immagine di quegli strani insetti mi è rimasta a lungo impressa nella mente insieme al mistero che avvolgeva il loro magico brillare.
Parecchi anni più tardi, durante una passeggiata in collina, mi sono imbattuto in un anziano contadino. Cominciammo a parlare del tempo e dell’uva e, non so come, il discorso finì proprio sulle lucciole.
“Io conosco il loro segreto” mi disse furbescamente abbassando la voce e guardandosi attorno con occhio sospetto.
“Davvero?” risposi io sorridente.
Senza aggiungere altro mi afferrò il braccio con la sua mano ruvida e nodosa conducendomi sotto le fronde di un vecchio salice. Lì ci sedemmo all’ombra e, mentre un tiepido vento ci accarezzava gentile, iniziò a raccontare.
“Molti anni fa” – disse – “quando ancora solamente pochi animali e insetti popolavano questo nostro bel pianeta, le notti erano dense di sussurri e canzoni”
Le sue mani sfregavano compiaciute tra loro nel parlare.
“C’erano in particolare due insetti invidiati da tutti gli altri” – continuò –“i grilli e le lucciole. Si amavano alla follia. Ciascun grillo aveva la sua lucciola nel cuore, e d’estate, quando il caldo impregnava l’aria e il silenzio i prati, rivolgendosi alla luna intonava dolci canzoni per la propria amata ed il suo frinire riempiva l’aria.
La lucciola, felice di tanta dolcezza, svolazzava sopra il suo bel grillo accesa da così grande amore e rischiarava il cielo sopra lui e i prati. Le colline spesso parevano incantate, quasi come se un velo di stelle fosse sceso a dar loro la buona notte sfiorandole.
Poi arrivò il progresso e con lui il rumore ed il frastuono. I grilli continuarono a contare fin quando ebbero voce e con loro le lucciole a danzare lucenti nel buio ma purtroppo, con l’andare del tempo, la voce andò scemando ed il frinire scomparendo. Le povere lucciole, non sentendosi più amate come un tempo, andarono rattristandosi e spegnendosi pian piano, sino a lasciare le notti immerse solo nel silenzio e nell’oscurità”
Il contadino aveva lo sguardo fisso al suolo, sconsolato. D’un tratto sollevò il viso guardandomi ridente dicendo:
“Ma se ti capita di allontanarti dalla città una sera d’estate, di ritrovarti in aperta campagna, solo con le viti ed i filari, potrai ancora sentire il canto di qualche innamorato timido ma presente e, a ben guardare allora, riuscirai a scorgere una luce verde alzarsi dall’erba e volare felice ricordando al suo grillo che ancora esiste”
Avevo il sorriso stampato sulle labbra ascoltando le parole dell’anziano, allora mi voltai verso di lui per fargli i complimenti, per dirgli che le storie le sapeva raccontare proprio bene ma con mia sorpresa non lo vidi. C’era solamente il tronco del salice e mi accorsi che ormai era il tramonto. Stranito mi alzai incamminandomi verso casa. Pochi passi e udii il sussurro di un grillo, mi fermai, curioso frugai con lo sguardo per terra in cerca della magica luce svolazzante. La vidi. Sorrisi.
Poco distante un trattore accelerò. Probabilmente un viticoltore che se ne tornava a casa dopo aver pompato le viti.
Il grillo tacque costretto, la lucciola si spense rattristata, la sera rimase buia, quasi senz’anima. Senza la sua voce propria.

 

 

 

 

                                                                                                         

"Due chiacchiere di un albero con le sue radici"

 

Siedo d’innanzi al fuoco acceso nel camino. Scoppietta allegro, vivo, ardendo vecchio legno di Larice profumato.

Il mio sguardo si smarrisce nelle fiamme sempre nuove, rievocando così ricordi quasi dimenticati.

Mi ritorna alla mente una passeggiata nel bosco di Tai non molti anni addietro durante la quale assistetti ad un colloquio davvero bizzarro.

Stavo camminando solo, accanto alla strada asfaltata, era novembre e tutto taceva, poi una voce attrasse la mia attenzione. Mi avvicinai a quel suono poco famigliare, sbirciai da dietro un arbusto e, con mia grande sorpresa, vidi un giovane abete, sottile e basso, che parlava con le radici del suo grande padre, proprio accanto a lui.

“Io voglio andarmene da qui” - ripeteva il giovane con insistenza – “vedere altri luoghi, essere padrone del mio tempo e del mio spazio, viaggiare, conoscere.”

“Non puoi caro figliolo” rispose ad un tratto il padre con voce profonda ed antica, sei legato alle tue radici ben fisse nel terreno”

“Queste radici, quanto le odio! Mi impediscono di essere me stesso”

“Come sarebbe? Ti nutrono. Senza di loro non saresti abete e nemmeno vivo”

“Stupidaggini, io so cosa è meglio per me, voglio essere cittadino del mondo, libero come l’aria”

“Libero? Ma sei libero! Libero di seguire la tua natura, di essere albero, di crescere forte e alto, sicuro di te, libero di generare altri alberi come noi, di dar vita ai boschi, di essere riparo per gli animali, di regalare ossigeno al cielo ed a tutti gli esseri, libero persino di seccare e morire un giorno”

“Se devo essere tutte queste cose come puoi dire che sono libero? Che siamo liberi?”

“Caro figliuolo con il tempo capirai che prerogativa per la libertà è rintracciare la propria identità. Solamente chi ha chiaro chi è può parlare di libertà. Guarda gli uomini ad esempio. Li osserviamo da centinaia e centinaia di anni. Un tempo vivevano in piccoli gruppi, fieri della propria cultura, si adoperavano nell’artigianato per soddisfare i bisogni in maniera migliore e in questo modo producevano utensili che profumavano di umanità, ciascuno legato ad un territorio, ad un paese, ad una piccola città. I figli avevano ambizioni alla loro portata e le raggiungevano con l’impegno. Poi il progresso ha dato vita alle città e qui l’uomo si è ingegnato creando le famiglie, delle piccole comunità in cui ciascuno aveva la propria importanza, in cui ciascuno trovava la propria identità, in cui l’uomo viveva il proprio futuro.

Ora invece sembra che le famiglie non esistano e noi alberi non riusciamo più a comprendere quale sia il fine ultimo dell’esistenza umana. Sentiamo il malessere dei piccoli uomini che non hanno un binario da percorrere, credono sbagliano, proprio come fai tu, che le radici siano un problema, si dimenano a tal punto da staccarsi da loro, volteggiano in aria per un breve momento convinti di volare, e stramazzano al suolo privi di linfa. Lì rimangono marcendo piano, prima dentro e poi fuori.”

Non sentii risposta da parte del giovane abete, probabilmente sta ancora riflettendo sulle parole del padre. Si dice che gli alberi abbiano ritmi di vita molto diversi dai nostri.

Quelle parole hanno accompagnato i miei pensieri a lungo, mi hanno suggerito una direzione, un’idea, una fede.

Anno fatto di un bambino un uomo. Hanno ricondotto un naufrago al suo caro e vecchio porto, magari povero e con un molo di legno scricchiolante, ma pur sempre un luogo sicuro dal quale ammirare l’immensità senza confini dell’oceano.

 

 

 

 

Bianco Natale

 

Guardo la neve cadere lenta e abbondante. Scende gentile e candida. Silenziosa ricopre gli abeti, le strade, gli steccati, i sogni dei bambini e dei grandi. Smussa angoli e spigoli ricoprendo il paese di uno spesso manto candido. Il camino acceso scalda la schiena mentre le cime, lassù nel cielo, mi tengono compagnia. Rigiro fra le dita un bicchiere di rosso quasi vuoto e, accompagnato dal crepitio delle resine di larice scottate di continuo, ricordo uno strano incontro di non molto tempo fa.

Era inverno allora, proprio come ora e camminavo nella sera tra gli abeti del bosco di Tai. Mi piace passeggiare tra un fiocco e l’altro. Senza luna il buio regnava sovrano. Mi smarrivo tra fiocchi bianchi nella notte, con il naso rivolto all’insù ad annusare l’aria.

Un bagliore attrasse la mia attenzione. Dal cielo scendeva una strana luce sbiadita. Ondeggiava galleggiano tra i rami carichi di bianco.

La seguii con lo sguardo, curioso ed inquieto. Il lume si avvicinava al terreno ghiacciato. Si fermò all’altezza del mio sguardo, distante solo qualche metro. Smise semplicemente di cadere. Rischiarava il bosco lì attorno proiettando lunghe ombre di tronchi sulla neve.

Non sapevo cosa fare. Esclamai stupito:

“ma…cos’è”

“chi?” chiese una voce nella luce.

“parli? Chi sei?”

“un fiocco di neve, non si vede?”

“un fiocc… ma io… perché parli?”

“perché sono il padre della neve”

Non sapevo cosa fare. L’atmosfera magica del bosco notturno mi rapiva, così, anziché scappare a gambe levate, chiesi:

“cosa ci fai qui?”

“vengo a fare un regalo al Natale”

“di che regalo parli?” continuai curioso.

“ci sono voci che dicono che il Natale non ha più senso, che l’uomo ha scordato l’essenza di questo magico momento, che i bambini attendono con impazienza la mattina del santo giorno per scartare i regali con mani tremanti, che gli adulti s’affannano nell’acquistare luci e colori per dipingere un’anima che poco a poco s’ingrigisce. Ci sono voci che raccontano del regnare di una fretta smodata che non da il tempo di prepararsi a conoscere Gesù, la povertà, la sofferenza e la semplicità”

“si dice davvero tutto questo?” chiesi.

“sì” rispose la voce d’un tratto austera.

“e allora…come pensate…come pensi di fare?”

“lo vedrai. Tutti quanti lo vedrete”

Il fiocco si posò in terra assorbito dal bianco lasciandomi nel buio silenzioso dell’inverno.

Ritornai a casa e quella notte riposai serenamente.

I giorni seguenti non la smise di nevicare. I fiocchi cadevano incessantemente, fini e grossi e il bianco manto si ispessiva.

Gli steccati presto scomparvero e con loro le auto, seppellite fino al tetto ed oltre. Gli spartineve lavoravano senza pace liberando strade che subito s’imbiancavano. In solo una settimana il paese ed il mondo non si riconoscevano più. La neve bloccava la gente in casa, i negozi rimanevano chiusi, seppelliti da candidi cumuli, non una macchina ruggiva, non un’azienda poteva produrre. Il silenzio quell’inverno gridava forte.

Giunse così il 25 di dicembre e la neve cessò Le nubi lasciarono il posto ad un azzurro limpido ed il sole ritornò a scaldare generoso.

Quel Natale non vi furono doni o pranzi succulenti o luci o abeti lucenti o presepi.

Quel Natale invece si accesero i camini e le famiglie si scaldarono davanti al fuoco. I genitori raccontarono favole ai figli ed imparaono a conoscerli ed i figli si sentirono amati. I ragazzi uscirono a giocare nel sole riscoprendo la semplicità del tepore e della luce, riscoprendo la gioia del riso spensierato. Gli uomini dovettero darsi da fare spalando neve con badili e piccozze e la sera, esausti ed affamati, riscoprirono il valore del semplice cibo e del vino. Il vuoto lasciato dalle sorde parole dei televisori ora muti fu riempito con la gioia del raccontare e gli anziani soli, vennero invitati nelle case a parlare della storia e del passato, divenuti improvvisamente unici autori di informazione e saggezza. I cuori ripresero a battere di viva umanità e questo permise di regalare un boccone ai poveri ed ai bisognosi.

 

Quel natale il regalo venne fatto all’umanità da Dio in persona che, attraverso la sua cara amica neve, risvegliò l’uomo nell’uomo, donando a ciascuno il senso autentico della vita vera, che è poi il semplice Natale.

 

 

 

I confini del mondo

Era inverno e la bora soffiava a pieni polmoni. La città di Trieste, battuta da un vento ghiacciato, si apprestava a vivere la notte silenziosa. Piazza dell’Unità, deserta e molto illuminata, era percorsa solo da qualche sacchetto vuoto che veloce la sfiorava turbinando per poi svanire sospinto dall’aria battente.
Stretto nel mio paltò marrone, inclinandomi contro vento per non perdere l’equilibrio, cercavo un locale dove poter mangiare qualcosa.
Camminavo rapido, un passo dietro l’altro, socchiudendo gli occhi e respirando il necessario.
Avevo freddo ma ero felice. Proprio quel giorno al lavoro ero riuscito a farmi sentire, a dire la mia e…sorpresa… era piaciuta! Nuove prospettive di carriera mi si paravano d’innanzi. L’indomani sarei ritornato a casa, in montagna, dalla nonna, dai miei, nel mio spicchio di mondo, fatto tutto sommato di poche preoccupazioni. Il tempo per me non esisteva. Non vedevo incertezze sulla mia strada. Sorridevo contento nel vento.
Girato l’angolo, a terra, un barbone rannicchiato tremava. Un cappotto logoro lo copriva, guanti e scarpe bucate fingevano di scaldarlo. Tremava come una foglia. Non mi domandò nulla. Rimase immobile. Mi avvicinai impietosito inginocchiandomi vicino all’uomo.

“Mi sente?” - domandai – “mi sente signore? Vuole scaldarsi? Venga con me, forza, l’aiuto io”

Volevo accompagnarlo in un locale per farlo scaldare, per offrirgli qualcosa. Il vecchio non si muoveva, sembrava di sasso. D’improvviso si voltò fissandomi immobile. I suoi occhi s’accesero d’un lampo celeste intenso che bruciò in loro a lungo. Mi guardava luminoso, impersonale. Accucciato in quella via mi persi nella luce turchina entrando piano in lui. Aprii gli occhi lentamente, come se mi risvegliassi da un lungo sonno. Dopo pochi attimi di esitazione un dolore profondo ai polmoni mi fece tossire. Sentii il sapore del sangue sulle labbra. Le braccia, le gambe, tutto quanto il mio corpo era congelato e immobile, accasciato su di una superficie rigida e fredda. Subito la memoria iniziò a scavare a fatica in un passato incerto per reperire qualche risposta sensata. Gli accadimenti del giorno trascorso parevano lontani, quasi inesistenti. Vedevo invece vivida l’immagine di una moglie e tre figlie strette attorno ad un tavolo di formica marrone, ferme all’interno di una cucina dai muri scrostati. Vedevo nitidamente il giorno dei loro funerali. Ricordavo il dolore profondo, le lacrime che stentavano a sgorgare, i singhiozzi, la disperazione. Vedevo la lettera di licenziamento e poi lo sfratto. Il bisogno di chieder aiuto e l’angoscia di non trovare alcuna mano tesa. Infine l’ospedale e quella diagnosi terribile di cancro ai polmoni. Sentivo la realtà stringersi attorno a me come una morsa spietata. Non mi dava occasione di pensare al domani, di progettare un futuro o semplicemente di non pensare. Non riuscivo a vedere il mondo immenso come un tempo, denso di occasioni e alternative, di luoghi da visitare, da scoprire, da gustare. Il mio confine moriva sul nascere del marciapiede in fronte a me, nulla più. Avevo vinto la disperazione solamente rassegnandomi. Un colpo di tosse violento d’improvviso mi scosse, sputandomi nuovamente nei panni di un giovane benestante e ambizioso, chino su di un poveraccio, intento ad aiutarlo.

Da quella sera così strana considero la felicità un regalo fragile e prezioso. Sto molto attento a non giudicare, consapevole che il mio giudizio è radicato in una realtà forse troppo fortunata e, soprattutto, faccio attenzione a non scordare che il mio mondo… non è l’unico mondo…

 

 

 

Finalmente silenzio e la voce del vento

          Finalmente silenzio e la voce del vento. Nient’altro.

Lo scarpone avanza sicuro e lo zaino pesa sulle spalle.

Cammino lentamente con il fiato grosso. E’ un sabato di settembre e, nonostante il sole ancora alto, sento il freddo infilarsi sotto il pile e la maglietta, fin sulla pelle sudata.

Ho lasciato la macchina da un paio d’ore ormai e riesco ad intravedere dall’alto la statale che si snoda nel verde del bosco macchiato dal giallo dei larici d’autunno. Qualche auto ruggisce lontana, per il resto sono solo.

Guardo la cima di Picco di Roda ancora così distante e incantevole, penso a quando mio nonno la indicava dalla finestra di casa, ritorno con lo sguardo sul sentiero e cammino. Solamente questo: cammino e respiro, e la fatica mi restituisce una consapevolezza di me smarrita tra le scrivanie ed i computer dell’ufficio.

Procedo risalendo un ghiaione ripido e friabile, mi piego in avanti per dar maggior spinta alle gambe, a volte scivolo di qualche metro perdendo il terreno guadagnato ma non demordo e la tenacia mi porta in forcella. Quando la vista della valle sul versante opposto si apre ai miei occhi è il paradiso. Ci sono scalatori che ambiscono alla vetta. Certo è bello arrivare in cima ma per me non c’è di meglio di una forcella. E’ l’inizio di una nuova avventura. Di un mondo nuovo. Mi fermo per riposare e mai sono stato meglio.

Ormai non manca più molto. Vedo il Picco non troppo distante e sento il vento sbatterci contro. Mi alzo e procedo, con le mani negli spallacci, franco, senza ripensamenti. Sbuffo, sudo, mi affanno ma faccio strada.

Alzo gli occhi d’un tratto e scorgo un camoscio che mi osserva immobile da una lontana cresta. Pare in equilibrio precario. Ci guardiamo. Io affascinato, lui forse impaurito. Una scarica di ghiaia nasce da un mio passo falso e riecheggia tra le rupi. Lui scatta, salta e si lancia a capofitto in una corsa fulminea in discesa. Balza di masso in masso. Temo che inciampi, che scivoli, che si ferisca, invece in pochi attimi è a terra, è vicino alla vegetazione, è fra gli alberi, non c’è più.

Io contino ad arrancare senza sosta su di un sentiero quasi verticale a stretti tornati. Tocco ormai le ripidi pareti di dura pietra. Mi arrampico con le mani sulla roccia, stringo i generosi rami di qualche raro arancio e salgo. Vedo la vetta a non più di dieci metri da me. Mi avvicino quasi esausto. Sono le due del pomeriggio. Qualche passo ed eccomi. In cima. Solo. Al confine tra terra e cielo. Ruoto su me stesso e la vista non ha ostacoli. Spazia nell’azzurro terso del primo pomeriggio. Vedo i boschi, le altre cime, i paesotti del Cadore, poche nubi bianche all’orizzonte. Sento un silenzio rotto solo dal vento. Sento un fruscio e una pace quasi estranei alla vita che conosco. Tutto è immobile… o almeno sembra.

Sotto un ruvido sasso, davanti ai miei piedi, un ometto segnavia è custode di una scatola di metallo. La apro e c’è un diario con una matita e un temperino.

Intento a firmare sfoglio le pagine scritte a mano.

Vi trovo poche righe per foglio, con calligrafie differenti e firme stravaganti. Leggo con interesse. Sono pensieri profondi, di gioia, d’amore, qualche verso poetico, poche preghiere. Parole che contemplano la bellezza del posto, la fatica fatta, la voglia di ritornare e non dimenticare. Non un’offesa o bestemmia. Solo la parte migliore dell’essere umano tra quelle righe composte da mani sconosciute.

Seduto sulla cima di Picco di Roda penso che sarebbe magnifico se l’armonia di quel momento fosse quotidianamente con me, se il suono di quella natura si facesse sentire. Penso che sarebbe magnifico se ciascuno potesse salire così in alto per conoscersi più a fondo.

Quasi un’ora dopo mi alzo per ritornare sui miei passi, di nuovo a valle, nella vita di tutti i giorni, custodendo però nell’anima un frammento di tale meraviglia.

 

 

 

 

ù

 

La casa delle bambole

 

Sono arrivate le vacanze di Natale.. finalmente!

Esco dal lavoro quasi alle otto di sera dell’antivigilia. Scendo le scale dell’ufficio quattro gradini alla volta con il pc in spalla e il borsello stretto in mano, diretto verso i miei quattro giorni di ferie. Raggiungo l’auto che pioviggina, la apro e schiaffo il computer in baule. Accendo il motore, parto e mi immetto in una tangenziale densa delle luci dei fanalini di coda delle automobili. Penso velocemente a tutti i regali che ho comprato: mamma, papà, zio e zia, mio fratello, i cugini, la nonna, la fidanzata. Ci sono tutti? Porca miseria no! Ho scordato il mio caro amico Marco. Nervoso metto la freccia e sguscio fuori dall’infernale ingorgo, arrivo in centro e parcheggio alla meno peggio sul marciapiedi davanti ad una cartolibreria. Entro con gli occhiali bagnati di pioggia e appannati dal variare della temperatura, sgomito tra una folla di ritardatari intenti a comperare gli ultimi doni. Cerco il libro che avevo in mente. Esaurito. Ne cerco un altro. Esaurito. Ne prendo uno quasi a caso nella speranza che piaccia a Marco. In fin dei conti basta il pensiero! Ritorno in auto e noto un’uniforme blu che si allontana dal mio ruggente mezzo ed un foglietto rosa sul parabrezza. Inseguo il vigile, gesticolo, chiamo, corro ma piove sempre di più e lo lascio scappare. Ritorno in macchina, ripongo nel vano portaoggetti il grazioso regalo dell’Amministrazione Comunale, volgo gli occhi al cielo e mi appresto a scagliare una qualche maledizione al pubblico ufficiale ma mi trattengo. In fin dei conti è Natale. Sono ormai quasi le nove. Mi immetto mio malgrado in un traffico furioso. Nel procedere osservo i volti degli altri conducenti. Sono terribili. I muscoli delle mandibole tesi, spettinati, con gli occhi fissi nella pioggia. Alcuni fumano come turchi, altri imprecano. Di metro in metro mi tuffo in autostrada. Qui proiettili di metallo sfrecciano a duecento all’ora diretti ciascuno verso la propria casa. Faccio come loro e corro a più non posso cercando di far mia la vacanza conquistata con fatica.

Arrivo a Conegliano, apro il cancello, il cane mi viene incontro festoso e piazza le possenti zampe intrise di fango sul vestito nuovo. Lo scanso in malo modo. Lui mi guarda e non capisce. Entro in casa e con le mani occupate dai regali, dal computer, dal borsello, dalle chiavi apro la porta e l’allarme inizia a fare il diavolo a quattro. Lascio cadere tutto, mi proietto alla centralina, inciampo sulle scale, quasi cado, la raggiungo con uno slancio disumano ed infilo la chiavetta di plastica nell’ apposito foro. Silenzio. Ficco quattro cose in borsa, mi cambio, preparo da mangiare al mio quadrupede, mi giustifico con la polizia che intanto è arrivata a caccia dei ladri delle vacanze, risalgo in auto e di nuovo via, veloce come il vento, verso la montagna. Arrivo esausto con il cuore che salta fuori e gli occhi sbarrati. In testa ho ancora i numeri dei bilanci visti durante il giorno. Nemmeno mi rendo conto di quello che succede. La sala è deserta. Forse la mia famiglia è uscita. In mezzo al tavolo una casa in legno. Una miniatura di una casa di montagna. Poso i bagagli e mi avvicino. La ispeziono. Un lato è mobile. Lo apro con delicatezza. Una musica magica invade la stanza mentre le minuscole finestre e lampadari brillano di lucette tremolanti. E’ un carionne. All’interno, in ciascuna stanza, piccoli pupazzi danzano. Avvicino la faccia alla strana costruzione. La osservo nei particolari. Il camino è acceso in salotto. Un papà vestito a festa fuma la pipa mentre un ragazzino lo ammira meravigliato, una mamma con il pargolo in braccio aiuta la nonna che stende la pasta per le tagliatelle. In un'altra stanza due bambini giocano allegri con il cane mentre il nonno, dall’alto della finestra della mansarda, saluta con la mano i suoi cari. Al piano superiore c’è una ragazza che si pettina mentre, sono sicuro, il profumo della pasta fatta in casa invade la piccola dimora.

Mi perdo per vario tempo in quella musica così lenta e dolce. Per un attimo la sensazione del Natale in famiglia mi entra nel cuore.

Penso veloce ai moderni miniappartamenti per minifamiglie, vuoti di giorno e silenziosi la notte, ai bambini all’asilo, agli anziani in case d’accoglienza.

Ma tu guarda se noi, figli di un progresso evoluto, per riscoprire il senso della famiglia dobbiamo comperare in carionne!