
RACCONTI E FAVOLE
"L'orologio del nonno" LA PIAZZA,
"Lucciole d'estate" LA PIAZZA,
"Due chiacchiere di un albero con le sue radici" LA PIAZZA
"Finalmente silenzio e la voce del vento" LA PIAZZA
"Mildi, il suo naso e l'amore"
dedicata ad un folletto che non mi sarei
mai aspettato di incontrare e invece, era lì
L'orologio del nonno
Ricordo come ora quando da bambino me ne stavo con il mento appoggiato al tavolo
osservando le mani del nonno che impastavano sapientemente il pane. Annusavo la
farina aspettando che staccassero un po' di pasta e me la porgessero. Allora mi
cimentavo nel dar forma ad una michetta microscopica che veniva poi riposta in
forno con le pagnotte serie, quelle che si mangiavano davvero.
In quei momenti mi smarrivo nel movimento delle lancette del suo orologio. Un
Omega dorato con il cinturino in pelle nera, il quadrante bianco sbiadito e la
carica manuale. Si muoveva ritmicamente con il suo polso, avanti e indietro,
senza abbandonarlo mai.
Spesso tagliavamo il prato insieme, davanti alla casa in montagna, oppure
aggiustavamo la macchina o spaccavamo la legna per l'inverno.
L'abbigliamento cambiava, le stagioni mutavano, ma l'orologio del nonno non la
smetteva mai di segnare il fluire del tempo.
La cinghietta pian piano si rovinava piegandosi e lacerandosi all'altezza della
piccola fibbia e veniva regolarmente sostituita da una più nuova, rigorosamente
nera e di pelle.
Ricordo le nostre passeggiate in spiaggia in costume, d'estate, oppure sotto la
neve durante le vacanze di Natale e lui sempre lì.
La sera lo toglieva gentile riponendolo sul comodino accanto al letto e
stendendo accuratamente il cinturino facendo in modo che si rovinasse il meno
possibile.
Agli occhi del bambino che ero quel congegno miracoloso aveva assunto un
significato quasi regale.
Era l'immagine delle parole sagge di un anziano sempre pronto a dare consigli
opportuni, la faccia della puntualità, del rispetto della parola data. Era un
amico fidato del mio dolce nonno. Immaginavo l'avesse accompagnato per tutta la
sua vita, attraverso due guerre e tanta povertà, attraverso le gioie della
famiglia e momenti lieti come la nascita delle sue due figlie.
Di tanto in tanto lo scorgevo seduto sul letto, leggermente chino in avanti, con
le robuste mani che giravano piano la carica del vecchio omega, facendo scorrere
la rotellina tra il pollice e l'indice in un continuo sfregar di dita.
E' passato molto tempo da allora ed io sono parecchio cresciuto, ma la regalità
che impregnava quell'oggetto non l'ha mai abbandonato.
Adesso è qui fermo sulla mia scrivania e mi guarda silenzioso. Buono e preciso
come sempre. Non veste più il polso del nonno. Lui è partito per un viaggio
senza tempo. Nemmeno l'antico ticchettio riempie più il suo cuore di ingranaggi
e molle, ma ugualmente mi parla.
Con la sua usura racconta di persone d'altri tempi, del rispetto per le cose e
per il tempo.
Dice che sprecare è sbagliato, che l'importante è la sostanza e non la forma.
Con le sue lancette ora immobili suggerisce che il tempo scorre via con la vita
ma anche che vi sono cose immuni a questo inesorabile trascorrere, come i
valori, il carattere, il rispetto per la fatica.
Di tanto in tanto la notte sussurra parole di speranza. Mi dice che vorrebbe
segnare ancora le ore, i mesi e gli anni.
Credo che forse, domani, stringerò il vecchio orologio al mio giovane polso e
darò nuovamente fiato ai suoi polmoni, perché mi accompagni attraverso una vita
ricca di esempi da seguire.
Stella alpina
In epoche lontane, quando l'uomo non calpestava ancora il suolo e gli animali
andavano nascendo, la notte ricopriva le montagne con il suo nero mantello. Non
vi erano nubi nel cielo e nemmeno uno spicchio di luna a rischiarare le valli.
Il silenzio riecheggiava tra le alte pareti e la neve ricopriva le cime candide
ed immobili.
Un laghetto, incastonato come una gemma ai piedi di due alti torrioni rocciosi,
ospitava un'infinità di stelle che in lui si specchiavano.
Brillavano alte e lontane di una luce tremolante.
Proprio vicino all'acqua stavano diritti sui loro steli alcuni fiori di color
verde. Non erano molto alti, avevano il gambo privo di foglie e tre larghi
petali che ripiegavano verso il basso. Non vi era alcun pistillo, solamente le
foglie che si univano nel centro. Sembravano quasi normali fili d'erba.
Di giorno si nutrivano dei raggi del sole, ma la notte si avvilivano osservando
la maestà del cielo.
Sognavano di poter avere il medesimo colore delle stelle, la loro lucentezza, la
loro regalità.
Così, tristi, ripiegavano le teste per non guardare in alto, ma il destino aveva
voluto che crescessero proprio accanto ad uno specchio naturale che ricordasse
loro ciò che non potevano essere.
Una sera una stella abbandonò le sorelle senza una precisa ragione. Fuggì via
veloce lasciando dietro di sé uno scintillio brillante, un arco di fiamme nel
cielo. Corse a lungo senza meta, vagabonda nello spazio infinito.
Un giorno come gli altri si sentì attratta da un bagliore che proveniva da non
molto lontano. Si diresse curiosa verso di lui. Giunta in prossimità della Terra
capì che quella luce non era altro che la propria riflessa dal candore della
neve sulle cime. Si avvicinò veloce dirigendosi alla base delle montagne.
I timidi fiori, credendo che fosse giorno, alzarono il capo per scaldarsi i
petali e si ritrovarono faccia a faccia con la stella.
Rimasero stregati da tanta bellezza e luminosità ed il più audace tra loro
disse:
"Che meraviglia!"
Sulle prime la nuova arrivata ringraziò sentendosi lusingata, ma subito cambiò
umore.
"Siete tutti amici?" - chiese piano.
"Sì" - rispose il fiore guardando attorno a sé nel prato.
"Io non ho amici" - replicò la stella triste.
"Come no? Siete così tante!" - incalzò il fiore interessato.
"Da qui sembriamo in compagnia, ma siamo così lontane. Non incontriamo mai
nessuno. Per l'eternità"
"Poverina" - dissero in coro i fiori - "rimani con noi, ti faremo compagnia"
"Come posso stare con voi? Scioglierei tutta questa neve rimanendo. Purtroppo
non è posto per me questo"
La montagna, che aveva ascoltato la triste storia, impietosita dal destino dei
fiori, infelici del loro aspetto, e dalla solitudine della stella, tossì
fragorosamente in un tonante rimbombo di rocce e sollevò lenta una mano ben
incastonata nel terreno aprendo un profondo varco.
"Entra se lo vuoi" - disse grave - "qui non sarai più sola".
La stella rifletté con lo sguardo perso nel buio della voragine, poi, la paura
di una solitudine senza tempo la sopraffece e decise di seguire i consigli dei
nuovi amici.
Si incamminò nelle profondità della terra e la montagna richiuse il passaggio
dietro di lei.
Subito il terreno traspirò lucentezza e la valle fu rischiarata da un insolito
bagliore che risalì gli steli degli infelici fiori. I petali si ingravidarono
moltiplicandosi, nutriti dal nuovo nettare che donò loro anche un regale
pistillo ed un dolce tepore, spingendoli a migrare in alta quota, proprio dove a
volte le nevi si ritirano lasciando loro posto.
Da allora le stelle alpine germogliano in gruppi, per non soffrire di
solitudine, proprio alle pendici dei monti loro padri.
Sono quasi invisibili ad occhio umano, restie a mostrare la magia che
custodiscono: lo splendore delle stelle, immacolate, meravigliose e selvagge.
Un fiore di tanto nobile stirpe, talmente potente e deciso ma allo stesso tempo
dolce ed ingenuo deve essere lasciato libero di germogliare e morire nella
natura.
"Lucciole d'estate"
Ricordo quando da bambino mi capitava di
rincorrere le lucciole che volavano serene sui prati. Lo facevo con le braccia
tese e le mani aperte nel tentativo di afferrarle, inciampando spesso nei
pantaloni un po' troppo lunghi per le mie gambe corte e svelte.
L'immagine di quegli strani insetti mi è rimasta a lungo impressa nella mente
insieme al mistero che avvolgeva il loro magico brillare.
Parecchi anni più tardi, durante una passeggiata in collina, mi sono imbattuto
in un anziano contadino. Cominciammo a parlare del tempo e dell'uva e, non so
come, il discorso finì proprio sulle lucciole.
"Io conosco il loro segreto" mi disse furbescamente abbassando la voce e
guardandosi attorno con occhio sospetto.
"Davvero?" risposi io sorridente.
Senza aggiungere altro mi afferrò il braccio con la sua mano ruvida e nodosa
conducendomi sotto le fronde di un vecchio salice. Lì ci sedemmo all'ombra e,
mentre un tiepido vento ci accarezzava gentile, iniziò a raccontare.
"Molti anni fa" - disse - "quando ancora solamente pochi animali e insetti
popolavano questo nostro bel pianeta, le notti erano dense di sussurri e
canzoni"
Le sue mani sfregavano compiaciute tra loro nel parlare.
"C'erano in particolare due insetti invidiati da tutti gli altri" - continuò -"i
grilli e le lucciole. Si amavano alla follia. Ciascun grillo aveva la sua
lucciola nel cuore, e d'estate, quando il caldo impregnava l'aria e il silenzio
i prati, rivolgendosi alla luna intonava dolci canzoni per la propria amata ed
il suo frinire riempiva l'aria.
La lucciola, felice di tanta dolcezza, svolazzava sopra il suo bel grillo accesa
da così grande amore e rischiarava il cielo sopra lui e i prati. Le colline
spesso parevano incantate, quasi come se un velo di stelle fosse sceso a dar
loro la buona notte sfiorandole.
Poi arrivò il progresso e con lui il rumore ed il frastuono. I grilli
continuarono a contare fin quando ebbero voce e con loro le lucciole a danzare
lucenti nel buio ma purtroppo, con l'andare del tempo, la voce andò scemando ed
il frinire scomparendo. Le povere lucciole, non sentendosi più amate come un
tempo, andarono rattristandosi e spegnendosi pian piano, sino a lasciare le
notti immerse solo nel silenzio e nell'oscurità"
Il contadino aveva lo sguardo fisso al suolo, sconsolato. D'un tratto sollevò il
viso guardandomi ridente dicendo:
"Ma se ti capita di allontanarti dalla città una sera d'estate, di ritrovarti in
aperta campagna, solo con le viti ed i filari, potrai ancora sentire il canto di
qualche innamorato timido ma presente e, a ben guardare allora, riuscirai a
scorgere una luce verde alzarsi dall'erba e volare felice ricordando al suo
grillo che ancora esiste"
Avevo il sorriso stampato sulle labbra ascoltando le parole dell'anziano, allora
mi voltai verso di lui per fargli i complimenti, per dirgli che le storie le
sapeva raccontare proprio bene ma con mia sorpresa non lo vidi. C'era solamente
il tronco del salice e mi accorsi che ormai era il tramonto. Stranito mi alzai
incamminandomi verso casa. Pochi passi e udii il sussurro di un grillo, mi
fermai, curioso frugai con lo sguardo per terra in cerca della magica luce
svolazzante. La vidi. Sorrisi.
Poco distante un trattore accelerò. Probabilmente un viticoltore che se ne
tornava a casa dopo aver pompato le viti.
Il grillo tacque costretto, la lucciola si spense rattristata, la sera rimase
buia, quasi senz'anima. Senza la sua voce propria.
"Due chiacchiere di un albero con le sue radici"
Siedo d'innanzi al fuoco acceso nel camino. Scoppietta allegro, vivo, ardendo vecchio legno di Larice profumato.
Il mio sguardo si smarrisce nelle fiamme sempre nuove, rievocando così ricordi quasi dimenticati.
Mi ritorna alla mente una passeggiata nel bosco di Tai non molti anni addietro durante la quale assistetti ad un colloquio davvero bizzarro.
Stavo camminando solo, accanto alla strada asfaltata, era novembre e tutto taceva, poi una voce attrasse la mia attenzione. Mi avvicinai a quel suono poco famigliare, sbirciai da dietro un arbusto e, con mia grande sorpresa, vidi un giovane abete, sottile e basso, che parlava con le radici del suo grande padre, proprio accanto a lui.
"Io voglio andarmene da qui" - ripeteva il giovane con insistenza - "vedere altri luoghi, essere padrone del mio tempo e del mio spazio, viaggiare, conoscere."
"Non puoi caro figliolo" rispose ad un tratto il padre con voce profonda ed antica, sei legato alle tue radici ben fisse nel terreno"
"Queste radici, quanto le odio! Mi impediscono di essere me stesso"
"Come sarebbe? Ti nutrono. Senza di loro non saresti abete e nemmeno vivo"
"Stupidaggini, io so cosa è meglio per me, voglio essere cittadino del mondo, libero come l'aria"
"Libero? Ma sei libero! Libero di seguire la tua natura, di essere albero, di crescere forte e alto, sicuro di te, libero di generare altri alberi come noi, di dar vita ai boschi, di essere riparo per gli animali, di regalare ossigeno al cielo ed a tutti gli esseri, libero persino di seccare e morire un giorno"
"Se devo essere tutte queste cose come puoi dire che sono libero? Che siamo liberi?"
"Caro figliuolo con il tempo capirai che prerogativa per la libertà è rintracciare la propria identità. Solamente chi ha chiaro chi è può parlare di libertà. Guarda gli uomini ad esempio. Li osserviamo da centinaia e centinaia di anni. Un tempo vivevano in piccoli gruppi, fieri della propria cultura, si adoperavano nell'artigianato per soddisfare i bisogni in maniera migliore e in questo modo producevano utensili che profumavano di umanità, ciascuno legato ad un territorio, ad un paese, ad una piccola città. I figli avevano ambizioni alla loro portata e le raggiungevano con l'impegno. Poi il progresso ha dato vita alle città e qui l'uomo si è ingegnato creando le famiglie, delle piccole comunità in cui ciascuno aveva la propria importanza, in cui ciascuno trovava la propria identità, in cui l'uomo viveva il proprio futuro.
Ora invece sembra che le famiglie non esistano e noi alberi non riusciamo più a comprendere quale sia il fine ultimo dell'esistenza umana. Sentiamo il malessere dei piccoli uomini che non hanno un binario da percorrere, credono sbagliano, proprio come fai tu, che le radici siano un problema, si dimenano a tal punto da staccarsi da loro, volteggiano in aria per un breve momento convinti di volare, e stramazzano al suolo privi di linfa. Lì rimangono marcendo piano, prima dentro e poi fuori."
Non sentii risposta da parte del giovane abete, probabilmente sta ancora riflettendo sulle parole del padre. Si dice che gli alberi abbiano ritmi di vita molto diversi dai nostri.
Quelle parole hanno accompagnato i miei pensieri a lungo, mi hanno suggerito una direzione, un'idea, una fede.
Anno fatto di un bambino un uomo. Hanno ricondotto un naufrago al suo caro e vecchio porto, magari povero e con un molo di legno scricchiolante, ma pur sempre un luogo sicuro dal quale ammirare l'immensità senza confini dell'oceano.
Bianco Natale
Guardo la neve cadere lenta e abbondante. Scende gentile e candida. Silenziosa ricopre gli abeti, le strade, gli steccati, i sogni dei bambini e dei grandi. Smussa angoli e spigoli ricoprendo il paese di uno spesso manto candido. Il camino acceso scalda la schiena mentre le cime, lassù nel cielo, mi tengono compagnia. Rigiro fra le dita un bicchiere di rosso quasi vuoto e, accompagnato dal crepitio delle resine di larice scottate di continuo, ricordo uno strano incontro di non molto tempo fa.
Era inverno allora, proprio come ora e camminavo nella sera tra gli abeti del bosco di Tai. Mi piace passeggiare tra un fiocco e l'altro. Senza luna il buio regnava sovrano. Mi smarrivo tra fiocchi bianchi nella notte, con il naso rivolto all'insù ad annusare l'aria.
Un bagliore attrasse la mia attenzione. Dal cielo scendeva una strana luce sbiadita. Ondeggiava galleggiano tra i rami carichi di bianco.
La seguii con lo sguardo, curioso ed inquieto. Il lume si avvicinava al terreno ghiacciato. Si fermò all'altezza del mio sguardo, distante solo qualche metro. Smise semplicemente di cadere. Rischiarava il bosco lì attorno proiettando lunghe ombre di tronchi sulla neve.
Non sapevo cosa fare. Esclamai stupito:
"ma...cos'è"
"chi?" chiese una voce nella luce.
"parli? Chi sei?"
"un fiocco di neve, non si vede?"
"un fiocc... ma io... perché parli?"
"perché sono il padre della neve"
Non sapevo cosa fare. L'atmosfera magica del bosco notturno mi rapiva, così, anziché scappare a gambe levate, chiesi:
"cosa ci fai qui?"
"vengo a fare un regalo al Natale"
"di che regalo parli?" continuai curioso.
"ci sono voci che dicono che il Natale non ha più senso, che l'uomo ha scordato l'essenza di questo magico momento, che i bambini attendono con impazienza la mattina del santo giorno per scartare i regali con mani tremanti, che gli adulti s'affannano nell'acquistare luci e colori per dipingere un'anima che poco a poco s'ingrigisce. Ci sono voci che raccontano del regnare di una fretta smodata che non da il tempo di prepararsi a conoscere Gesù, la povertà, la sofferenza e la semplicità"
"si dice davvero tutto questo?" chiesi.
"sì" rispose la voce d'un tratto austera.
"e allora...come pensate...come pensi di fare?"
"lo vedrai. Tutti quanti lo vedrete"
Il fiocco si posò in terra assorbito dal bianco lasciandomi nel buio silenzioso dell'inverno.
Ritornai a casa e quella notte riposai serenamente.
I giorni seguenti non la smise di nevicare. I fiocchi cadevano incessantemente, fini e grossi e il bianco manto si ispessiva.
Gli steccati presto scomparvero e con loro le auto, seppellite fino al tetto ed oltre. Gli spartineve lavoravano senza pace liberando strade che subito s'imbiancavano. In solo una settimana il paese ed il mondo non si riconoscevano più. La neve bloccava la gente in casa, i negozi rimanevano chiusi, seppelliti da candidi cumuli, non una macchina ruggiva, non un'azienda poteva produrre. Il silenzio quell'inverno gridava forte.
Giunse così il 25 di dicembre e la neve cessò Le nubi lasciarono il posto ad un azzurro limpido ed il sole ritornò a scaldare generoso.
Quel Natale non vi furono doni o pranzi succulenti o luci o abeti lucenti o presepi.
Quel Natale invece si accesero i camini e le famiglie si scaldarono davanti al fuoco. I genitori raccontarono favole ai figli ed imparaono a conoscerli ed i figli si sentirono amati. I ragazzi uscirono a giocare nel sole riscoprendo la semplicità del tepore e della luce, riscoprendo la gioia del riso spensierato. Gli uomini dovettero darsi da fare spalando neve con badili e piccozze e la sera, esausti ed affamati, riscoprirono il valore del semplice cibo e del vino. Il vuoto lasciato dalle sorde parole dei televisori ora muti fu riempito con la gioia del raccontare e gli anziani soli, vennero invitati nelle case a parlare della storia e del passato, divenuti improvvisamente unici autori di informazione e saggezza. I cuori ripresero a battere di viva umanità e questo permise di regalare un boccone ai poveri ed ai bisognosi.
Quel natale il regalo venne fatto all'umanità da Dio in persona che, attraverso la sua cara amica neve, risvegliò l'uomo nell'uomo, donando a ciascuno il senso autentico della vita vera, che è poi il semplice Natale.
I confini del mondo
Era inverno e la bora soffiava a pieni
polmoni. La città di Trieste, battuta da un vento ghiacciato, si apprestava a
vivere la notte silenziosa. Piazza dell'Unità, deserta e molto illuminata, era
percorsa solo da qualche sacchetto vuoto che veloce la sfiorava turbinando per
poi svanire sospinto dall'aria battente.
Stretto nel mio paltò marrone, inclinandomi contro vento per non perdere
l'equilibrio, cercavo un locale dove poter mangiare qualcosa.
Camminavo rapido, un passo dietro l'altro, socchiudendo gli occhi e respirando
il necessario.
Avevo freddo ma ero felice. Proprio quel giorno al lavoro ero riuscito a farmi
sentire, a dire la mia e...sorpresa... era piaciuta! Nuove prospettive di carriera
mi si paravano d'innanzi. L'indomani sarei ritornato a casa, in montagna, dalla
nonna, dai miei, nel mio spicchio di mondo, fatto tutto sommato di poche
preoccupazioni. Il tempo per me non esisteva. Non vedevo incertezze sulla mia
strada. Sorridevo contento nel vento.
Girato l'angolo, a terra, un barbone rannicchiato tremava. Un cappotto logoro lo
copriva, guanti e scarpe bucate fingevano di scaldarlo. Tremava come una foglia.
Non mi domandò nulla. Rimase immobile. Mi avvicinai impietosito inginocchiandomi
vicino all'uomo.
"Mi sente?" - domandai - "mi sente signore? Vuole scaldarsi? Venga con me, forza, l'aiuto io"
Volevo accompagnarlo in un locale per farlo scaldare, per offrirgli qualcosa. Il vecchio non si muoveva, sembrava di sasso. D'improvviso si voltò fissandomi immobile. I suoi occhi s'accesero d'un lampo celeste intenso che bruciò in loro a lungo. Mi guardava luminoso, impersonale. Accucciato in quella via mi persi nella luce turchina entrando piano in lui. Aprii gli occhi lentamente, come se mi risvegliassi da un lungo sonno. Dopo pochi attimi di esitazione un dolore profondo ai polmoni mi fece tossire. Sentii il sapore del sangue sulle labbra. Le braccia, le gambe, tutto quanto il mio corpo era congelato e immobile, accasciato su di una superficie rigida e fredda. Subito la memoria iniziò a scavare a fatica in un passato incerto per reperire qualche risposta sensata. Gli accadimenti del giorno trascorso parevano lontani, quasi inesistenti. Vedevo invece vivida l'immagine di una moglie e tre figlie strette attorno ad un tavolo di formica marrone, ferme all'interno di una cucina dai muri scrostati. Vedevo nitidamente il giorno dei loro funerali. Ricordavo il dolore profondo, le lacrime che stentavano a sgorgare, i singhiozzi, la disperazione. Vedevo la lettera di licenziamento e poi lo sfratto. Il bisogno di chieder aiuto e l'angoscia di non trovare alcuna mano tesa. Infine l'ospedale e quella diagnosi terribile di cancro ai polmoni. Sentivo la realtà stringersi attorno a me come una morsa spietata. Non mi dava occasione di pensare al domani, di progettare un futuro o semplicemente di non pensare. Non riuscivo a vedere il mondo immenso come un tempo, denso di occasioni e alternative, di luoghi da visitare, da scoprire, da gustare. Il mio confine moriva sul nascere del marciapiede in fronte a me, nulla più. Avevo vinto la disperazione solamente rassegnandomi. Un colpo di tosse violento d'improvviso mi scosse, sputandomi nuovamente nei panni di un giovane benestante e ambizioso, chino su di un poveraccio, intento ad aiutarlo.
Da quella sera così strana considero la felicità un regalo fragile e prezioso. Sto molto attento a non giudicare, consapevole che il mio giudizio è radicato in una realtà forse troppo fortunata e, soprattutto, faccio attenzione a non scordare che il mio mondo... non è l'unico mondo...
Finalmente silenzio e la voce del vento
Finalmente silenzio e la voce del vento. Nient'altro.
Lo scarpone avanza sicuro e lo zaino pesa sulle spalle.
Cammino lentamente con il fiato grosso. E' un sabato di settembre e, nonostante il sole ancora alto, sento il freddo infilarsi sotto il pile e la maglietta, fin sulla pelle sudata.
Ho lasciato la macchina da un paio d'ore ormai e riesco ad intravedere dall'alto la statale che si snoda nel verde del bosco macchiato dal giallo dei larici d'autunno. Qualche auto ruggisce lontana, per il resto sono solo.
Guardo la cima di Picco di Roda ancora così distante e incantevole, penso a quando mio nonno la indicava dalla finestra di casa, ritorno con lo sguardo sul sentiero e cammino. Solamente questo: cammino e respiro, e la fatica mi restituisce una consapevolezza di me smarrita tra le scrivanie ed i computer dell'ufficio.
Procedo risalendo un ghiaione ripido e friabile, mi piego in avanti per dar maggior spinta alle gambe, a volte scivolo di qualche metro perdendo il terreno guadagnato ma non demordo e la tenacia mi porta in forcella. Quando la vista della valle sul versante opposto si apre ai miei occhi è il paradiso. Ci sono scalatori che ambiscono alla vetta. Certo è bello arrivare in cima ma per me non c'è di meglio di una forcella. E' l'inizio di una nuova avventura. Di un mondo nuovo. Mi fermo per riposare e mai sono stato meglio.
Ormai non manca più molto. Vedo il Picco non troppo distante e sento il vento sbatterci contro. Mi alzo e procedo, con le mani negli spallacci, franco, senza ripensamenti. Sbuffo, sudo, mi affanno ma faccio strada.
Alzo gli occhi d'un tratto e scorgo un camoscio che mi osserva immobile da una lontana cresta. Pare in equilibrio precario. Ci guardiamo. Io affascinato, lui forse impaurito. Una scarica di ghiaia nasce da un mio passo falso e riecheggia tra le rupi. Lui scatta, salta e si lancia a capofitto in una corsa fulminea in discesa. Balza di masso in masso. Temo che inciampi, che scivoli, che si ferisca, invece in pochi attimi è a terra, è vicino alla vegetazione, è fra gli alberi, non c'è più.
Io contino ad arrancare senza sosta su di un sentiero quasi verticale a stretti tornati. Tocco ormai le ripidi pareti di dura pietra. Mi arrampico con le mani sulla roccia, stringo i generosi rami di qualche raro arancio e salgo. Vedo la vetta a non più di dieci metri da me. Mi avvicino quasi esausto. Sono le due del pomeriggio. Qualche passo ed eccomi. In cima. Solo. Al confine tra terra e cielo. Ruoto su me stesso e la vista non ha ostacoli. Spazia nell'azzurro terso del primo pomeriggio. Vedo i boschi, le altre cime, i paesotti del Cadore, poche nubi bianche all'orizzonte. Sento un silenzio rotto solo dal vento. Sento un fruscio e una pace quasi estranei alla vita che conosco. Tutto è immobile... o almeno sembra.
Sotto un ruvido sasso, davanti ai miei piedi, un ometto segnavia è custode di una scatola di metallo. La apro e c'è un diario con una matita e un temperino.
Intento a firmare sfoglio le pagine scritte a mano.
Vi trovo poche righe per foglio, con calligrafie differenti e firme stravaganti. Leggo con interesse. Sono pensieri profondi, di gioia, d'amore, qualche verso poetico, poche preghiere. Parole che contemplano la bellezza del posto, la fatica fatta, la voglia di ritornare e non dimenticare. Non un'offesa o bestemmia. Solo la parte migliore dell'essere umano tra quelle righe composte da mani sconosciute.
Seduto sulla cima di Picco di Roda penso che sarebbe magnifico se l'armonia di quel momento fosse quotidianamente con me, se il suono di quella natura si facesse sentire. Penso che sarebbe magnifico se ciascuno potesse salire così in alto per conoscersi più a fondo.
Quasi un'ora dopo mi alzo per ritornare sui miei passi, di nuovo a valle, nella vita di tutti i giorni, custodendo però nell'anima un frammento di tale meraviglia.
La casa delle bambole
Sono arrivate le vacanze di Natale.. finalmente!
Esco dal lavoro quasi alle otto di sera dell'antivigilia. Scendo le scale dell'ufficio quattro gradini alla volta con il pc in spalla e il borsello stretto in mano, diretto verso i miei quattro giorni di ferie. Raggiungo l'auto che pioviggina, la apro e schiaffo il computer in baule. Accendo il motore, parto e mi immetto in una tangenziale densa delle luci dei fanalini di coda delle automobili. Penso velocemente a tutti i regali che ho comprato: mamma, papà, zio e zia, mio fratello, i cugini, la nonna, la fidanzata. Ci sono tutti? Porca miseria no! Ho scordato il mio caro amico Marco. Nervoso metto la freccia e sguscio fuori dall'infernale ingorgo, arrivo in centro e parcheggio alla meno peggio sul marciapiedi davanti ad una cartolibreria. Entro con gli occhiali bagnati di pioggia e appannati dal variare della temperatura, sgomito tra una folla di ritardatari intenti a comperare gli ultimi doni. Cerco il libro che avevo in mente. Esaurito. Ne cerco un altro. Esaurito. Ne prendo uno quasi a caso nella speranza che piaccia a Marco. In fin dei conti basta il pensiero! Ritorno in auto e noto un'uniforme blu che si allontana dal mio ruggente mezzo ed un foglietto rosa sul parabrezza. Inseguo il vigile, gesticolo, chiamo, corro ma piove sempre di più e lo lascio scappare. Ritorno in macchina, ripongo nel vano portaoggetti il grazioso regalo dell'Amministrazione Comunale, volgo gli occhi al cielo e mi appresto a scagliare una qualche maledizione al pubblico ufficiale ma mi trattengo. In fin dei conti è Natale. Sono ormai quasi le nove. Mi immetto mio malgrado in un traffico furioso. Nel procedere osservo i volti degli altri conducenti. Sono terribili. I muscoli delle mandibole tesi, spettinati, con gli occhi fissi nella pioggia. Alcuni fumano come turchi, altri imprecano. Di metro in metro mi tuffo in autostrada. Qui proiettili di metallo sfrecciano a duecento all'ora diretti ciascuno verso la propria casa. Faccio come loro e corro a più non posso cercando di far mia la vacanza conquistata con fatica.
Arrivo a Conegliano, apro il cancello, il cane mi viene incontro festoso e piazza le possenti zampe intrise di fango sul vestito nuovo. Lo scanso in malo modo. Lui mi guarda e non capisce. Entro in casa e con le mani occupate dai regali, dal computer, dal borsello, dalle chiavi apro la porta e l'allarme inizia a fare il diavolo a quattro. Lascio cadere tutto, mi proietto alla centralina, inciampo sulle scale, quasi cado, la raggiungo con uno slancio disumano ed infilo la chiavetta di plastica nell' apposito foro. Silenzio. Ficco quattro cose in borsa, mi cambio, preparo da mangiare al mio quadrupede, mi giustifico con la polizia che intanto è arrivata a caccia dei ladri delle vacanze, risalgo in auto e di nuovo via, veloce come il vento, verso la montagna. Arrivo esausto con il cuore che salta fuori e gli occhi sbarrati. In testa ho ancora i numeri dei bilanci visti durante il giorno. Nemmeno mi rendo conto di quello che succede. La sala è deserta. Forse la mia famiglia è uscita. In mezzo al tavolo una casa in legno. Una miniatura di una casa di montagna. Poso i bagagli e mi avvicino. La ispeziono. Un lato è mobile. Lo apro con delicatezza. Una musica magica invade la stanza mentre le minuscole finestre e lampadari brillano di lucette tremolanti. E' un carionne. All'interno, in ciascuna stanza, piccoli pupazzi danzano. Avvicino la faccia alla strana costruzione. La osservo nei particolari. Il camino è acceso in salotto. Un papà vestito a festa fuma la pipa mentre un ragazzino lo ammira meravigliato, una mamma con il pargolo in braccio aiuta la nonna che stende la pasta per le tagliatelle. In un'altra stanza due bambini giocano allegri con il cane mentre il nonno, dall'alto della finestra della mansarda, saluta con la mano i suoi cari. Al piano superiore c'è una ragazza che si pettina mentre, sono sicuro, il profumo della pasta fatta in casa invade la piccola dimora.
Mi perdo per vario tempo in quella musica così lenta e dolce. Per un attimo la sensazione del Natale in famiglia mi entra nel cuore.
Penso veloce ai moderni miniappartamenti per minifamiglie, vuoti di giorno e silenziosi la notte, ai bambini all'asilo, agli anziani in case d'accoglienza.
Ma tu guarda se noi, figli di un progresso evoluto, per riscoprire il senso della famiglia dobbiamo comperare in carionne!
Cavalluccio Marino
C'era un giovane bruno come l'ebano. Aveva
capelli neri, occhi verdi e la pelle bruciata dal sole dell'estate. Viveva in
una baracca arroccata sugli scogli di Vernazza, nei pressi di Genova, con una
finestra in legno bianco affacciata sul mare.
Questo giovane si chiamava Marino. Era nato in spiaggia, durante una notte di
luna piena, mentre le onde pigre vibravano di un riverbero in continuo
movimento. Era nato prematuro, come se avesse fretta di venire al mondo,
attratto dal continuo respiro di quell'acqua per cui suo padre volle chiamarlo
così: Marino.
Va detto che nel porto di Vernazza riposava un'antica barca in legno.
Galleggiava ormeggiata alla banchina di testa da talmente tanto tempo che
nessuno riusciva a ricordare da quanto.
Aveva l'albero maestro scrostato e le vele a brandelli e un colore sbiadito dal
caldo torrido dei mesi estivi e dal gelo degli inverni.
Era una barca che un tempo serviva per il trasporto di bestiame: di cavalli.
Faceva la spola ogni settimana tra Genova e Napoli carica di vita scalpitante.
Accadde un giorno che l'armatore la utilizzò per consegnare ad un ricco avvocato
della capitale il più bel cavallo che occhio umano avesse mai veduto. Era nero,
lucente, purosangue, campione di corse e dal carattere indomabile.
Per sicurezza si decise che quell'animale avrebbe dovuto navigare solo, senza
altri cavalli, e così fu. La barca salpò in una mattina di sereno e prese il
largo.
Accadde che, quando la costa non si riusciva ormai a vedere, il cielo si chiuse
di nubi scure e il vento prese schiaffeggiare le onde e in un attimo fu notte e
tempesta.
I marinai ridussero le vele. Correvano come i matti su e giù per il ponte e
sotto coperta, mentre il cavallo stava rinchiuso nella stiva, ben legato
all'interno di un solido box.
Le ore trascorsero lente e i marinai riuscirono a portare in salvo il vascello,
ma quando arrivarono in porto, con gran sorpresa, non trovarono alcun animale
nella stiva. Il cavallo era misteriosamente scomparso e nessuno seppe mai dove
fosse finito.
L'armatore, caduto in disgrazia a causa della perdita del prezioso animale, fu
costretto a vendere la barca ad un pescatore che, ascoltata quell'incredibile
storia, decise di chiamarla: "cavalluccio". Insieme affrontarono anni di
tempeste e mareggiate e il pescatore si stupiva di come la propria barca
s'impennasse nel vento affrontando il mare grosso, uscendone sempre vittoriosa:
come fosse dominata da uno spirito proprio. Alla sua morte, non avendo figli o
eredi, lasciò "cavalluccio" attraccata alla testa del molo di Vernazza.
Assicurata saldamente con due cime ormai dense di cozze e triste per non poter
più solcare libera il mare.
Capitò che Marino, una mattina, fosse intento a rattoppare le reti. Marino era
pescatore e trascorreva molte ore ricurvo, sotto il sole cocente, a rammendare
squarci che i fondali incidevano tra una maglia e l'altra. Se ne stava mesto a
giuntar corde quando alzò lo sguardo e la vide. Vide "cavalluccio" e per la
prima volta si accorse di lei. Non ci aveva mai fatto caso sino a quel momento
tanto era abituato a quella sagoma galleggiante. La vide e decise che sarebbe
stata sua.
Andò dal gestore della porto, concordò una cifra e ci salì a bordo. Solamente a
posarci sopra un piede gli parve di non essere solo. La esplorò attentamente e
lei si lasciò guardare. Poi prese a ripulirla e a ripararla. Giorno dopo giorno.
Con cura.
Cavalluccio ritornò a brillare dell'antico colore. Le sue nuove vele bianche ora
svettavano tra le altre e lei galleggiava impaziente. Aspettava il mare e il
mare arrivò.
Una bella mattina Marino ci uscì a pescare. Mollò gli ormeggi e la condusse
docile fuori dal porto. Qui issò le vele e un buon vento li spinse al largo.
Una barca del genere non l'aveva avuta mai. Filava sulle onde che era un
piacere, non temeva le tempeste e le burrasche ed era elegante come un cavallo
di razza.
Dal porto la guardavano uscire e rientrare ammirati.
Accade che, un brutto giorno di maltempo, Marino decise di prendere il largo.
Non doveva pescare, solamente era triste e malinconico e riusciva a sentirsi a
proprio agio solamente in mezzo al mare.
Il cielo brontolava e fiammeggiava. In paese si preparavano all'acquazzone
sprangando per bene porte e finestre mentre lui si apprestava a navigare.
Prendeva il largo mentre molte altre barche rientravano in porto. Ben presto si
trovò solo diretto proprio nel cuore di quel nero spaventoso.
Lui era così. Amico del mare fin nel profondo. Amico del mare anche quando
faceva il burbero.
Cavallino procedeva fiera, miglio dopo miglio, e quando il vento prese a fare il
diavolo a quattro lei lo affrontò impavida: di bolina stretta, tutta coricata su
di un lato, con le vele che quasi accarezzavano le alte onde.
La prua si alzava al cielo e ricadeva in acqua alzando alti spruzzi bianchi di
bruma. Marino reggeva il timone e sorrideva e cavallino affrontava quel disastro
temeraria. Sembrava un purosangue. Testarda, forte e bellissima.
Va detto che quella barca pareva essersi affezionata al suo nuovo padrone che
aveva provveduto a ridarle vita. Da relitto ora navigava ancora e questo non
aveva prezzo.
Accadde che un filmine si schiantò a pochi metri dalla barca e il boato fu
assordante. Marino si spaventò, mosse alcuni passi all'indietro, inciampò in una
cima arrotolata a terra, perse l'equilibrio e finì in acqua.
Le onde lo sovrastarono. Non riusciva a respirare e gli abiti appesantiti
dall'acqua lo trascinavano a fondo. Un'onda, due onde, tre onde. Marino si
dibatteva più che poteva ma alla fine non riuscì a vincere il mare.
Prese a respirare acqua, a tossire a sfinirsi, fino a quando s'inabissò, metro
dopo metro.
Cavallino intanto filava via. D'un tratto le vele lascarono e la barca si
arrestò.
Voleva salvare Marino. Il timone si mosse da solo e Cavalluccio virò nella
tempesta. Giunse presto dove Marino era affondato. Prese a disegnare ampi cerchi
concentrici sull'acqua impetuosa. Alzava la prora al vento e la scaraventava tra
le onte, quasi volesse seguire il marinaio nell'abisso. Disperata cazzò le vele
a ferro e prese a filare di bolina strettissima con un vento che spaccava il
mondo. Filava, quasi distesa, fin ché l'albero maestro si spezzò. Il disastro fu
preannunciato da un sottile scricchiolio e poi da uno strappo violento. Il legno
di larice, cadendo pesantemente, aprì una falla nella chiglia. L'acqua prese ad
entrare prepotente nella pancia di Cavalluccio che si abbandonò al proprio
destino, inseguendo Marino nelle profondità.
Sotto il mare della tempesta non vi era traccia. Una pace silenziosa regnava
sovrana. Cavalluccio toccò il fondo poco più tardi. Si poggiò sulla sabbia con
un sordo tonfo, proprio accanto a Marino, e qui si distese su di un lato con gli
stracci di vela che coprirono il giovane marinaio, come a volerlo scaldare.
Nelle settimane successive molti pescatori si diedero da fare senza successo per
cercare il loro compagno in fondo al mare
Capitò che una bella mattina, tal Sagola, uomo di mare di Vernazza, uscì a
strascico che albeggiava. Nemmeno mezzora e le reti s'incagliarono.
Sagola s'adoperò con mille manovre per liberare la barca ma non ci fu verso.
Doveva tagliare le corde, solamente che non ne voleva sapere di perdere lo
strascico, che poi bisognava comperarne altro e non era uno scherzo.
Fu così che indossò l'armamento da palombaro e segui le cime in fondo al mare.
Metro dopo metro, man mano che si avvicinava al fondale, riusciva a distinguere
la sagoma di una barca che emergeva dall'oscurità. Prima solamente il contorno,
poi qualche colore, poi un albero maestro spezzato e infine il nome:
cavalluccio.
Sagola non stava nella pelle. Aveva trovato la barca di Marino. Prese a cercare
il corpo dell'amico lì attorno ma non trovò nulla.
Se ne stava a poppa, immobile sul fondale, a pensare a quando, la sera, avrebbe
raccontato quell'avventura agli amici che uno strano animale fece capolino dalla
stiva, attraverso uno stretto pertugio. Era un animale che Sagola non conosceva.
Che nessuno conosceva. Dalla fattezze alquanto bizzarre.
Se ne stava lì a sbirciare il mare con una faccia simile a quella di un cavallo
e il corpicino che terminava con una coda tutta attorcigliata che serviva da
propulsore per quell'affare così piccolo.
Sagola lo guardò stupito, poi osservò il nome scritto a poppa della barca:
"cavalluccio", ed infine ripensò al caro amico scomparso: "Marino". Battezzò
quell'essere delle profondità "cavalluccio marino" e da quel giorno, quello fu
il nome con cui tutti chiamano appunto i cavallucci marini.
Qualche vecchio di mare ancora va dicendo che il cavalluccio marino nasce dallo
spirito del bel cavallo, che un tempo scomparve nella tempesta rimanendo
intrappolato nel vascello, e dallo spirito di Marino, diventato amico della
barca.
Ma queste sono solo leggende.
O forse no?........
La - do - mi - sol
C'era una volta un liutaio.
Era un liutaio del Cadore, di quelli che costruivano le chitarre con il legno
migliore.
Lavorava notte e giorno e da un albero intero ricavava una chitarra. Una
soltanto. Una chitarra che aveva la voce di quel legno e cantava le sue storie.
Ciascuno strumento era differente dagli altri. Suonava in maniera diversa.
Accadde un autunno che il liutaio s'imbatté in un albero molto particolare: era
una pianta che non cresceva. Ci aveva provato ad innaffiarla, a concimarla
anche, a farle compagnia, ma non c'era stato niente da fare: lei rimaneva
piccina.
Aspettò qualche anno e poi, una mattina di ottobre, decise che avrebbe costruito
la sua prossima chitarra proprio con il legno di quello strano albero.
Mise nella gerla l'ascia e la sega, s'addentrò nella foresta e dopo molto
camminare lo trovò fermo lì, sempre nel medesimo posto, lo tagliò e lo trasportò
fino a casa.
Era leggero e piccolo ma sufficiente per una buona chitarra.
Lavorò un mese intero con le migliori pialle. Ci lavorava nelle ore del giorno
più secche affinché l'umidità non rovinasse lo strumento che piano piano stava
nascendo.
Quando fu pronto lo poggiò sopra il banco da lavoro e lo guardò. Era senz'altro
la sua opera più bella: di una forma che ci si potava innamorare: sinuosa e
lucida. Lasciava trasparire le venature rossastre che parevano fiamme. I tasti
erano precisi e perfettamente disegnati e le corde nuove scintillavano nella
luce fioca della bottega.
Il liutaio, orgoglioso, la volle regalare al maestro di musica del paese perché
la suonasse con classe, come solo lui sapeva fare.
Il professore si sedette, imbracciò lo strumento, lo tastò, ci poggiò sopra
l'orecchio, prese posizione e suonò il primo accordo.
Un insieme di suoni senza la minima armonia impregnarono l'aria.
Il musicista accordò la chitarra con cura, ruotando le chiavi con perizia e
pazienza. Fece molta attenzione. Ciascuna corda suonava alla perfezione.
Soddisfatto provò un accordo intero e un'altra stonatura fece rabbrividire il
liutaio e il maestro.
Stettero delle ore a provare e riprovare ma alla fine il musicista disse che lo
strumento era fatto con del legno acerbo che doveva ancora assestarsi e per
questo, tendendo le corde, non teneva la forma e il suono.
Fu così che la chitarra fatta con il legno del giovane albero iniziò il suo
lungo viaggio. Il falegname non ebbe il coraggio di bruciarla perché era davvero
bella e così la regalò all'oste del paese che, non sapendo suonare, l'appese
alla parete.
In molti la provarono negli anni e la scartarono di continuo per la sua
capricciosa maniera di suonare però nessuno la distrusse mai.
Quello strumento passò di mano in mano e viaggiò per mezzo mondo, sempre in
esposizione nelle bettole, sugli scaffali delle birrerie, sulle mensole di
qualche museo, appesa ai muri delle ville del centro di Roma fino ad arrivare in
un bar di Genova: un piccolo bar scalcinato nella periferia di Ponente.
In quel bar ci andava spesso una ragazza dai capelli scuri, con il naso grosso
come un carciofo. Aveva iniziato da poco a prendere alcune lezioni di musica e,
vedendo la chitarra sempre appesa con mezzo dito di polvere sopra, domandò
all'oste se poteva averla in prestito.
L'oste, uomo imponente e buono dai baffi scuri e folti, sorrise e le disse che
poteva tenerla per sempre.
Così la ragazza se ne andò a casa con il suo nuovo strumento in spalla. Una
volta arrivata, si sedette a gambe incrociate sul letto con un libro di musica
di fronte, lo imbracciò e suonò un accordo con dita poco esperte.
La chitarra in quegli anni era molto invecchiata e il legno aveva preso
consistenza e la stanza della ragazza fu invasa da un suono meraviglioso.
Un suono di quelli che non si scordano.
Era una musica simile al vento tra gli alberi . Una musica da far innamorare.
La bambina ci riprovò, convinta ormai di suonare come i grandi, ma il legno
cedette e le corde si scordarono e lo stridore fu assordante quanto era stato
bello il suono di poc'anzi.
Credette che la causa fosse la sua incapacità di suonare così la tenne con sé e
le non smise di provare e riprovare canzoni di ogni tipo.
Capitavano giorni in cui lo strumento le regalava il cuore e le canzoni erano
sublimi. Ci trascorse notti intere in spiaggia a suonare per gli amici di fronte
al fuoco o da sola, la sera, prima di addormentarsi, sul terrazzo di casa.
Quando la chitarra suonava non c'era melodia che potesse uguagliarne il suono.
Altre volte invece, non ne voleva sapere di fare un accordo che fosse uno.
Stonava e stonava e non la smetteva. La ragazza si arrabbiava, la sbatteva a
terra, diceva che non se la meritava una chitarra del genere con tutte le volte
che la lucidava, con tutte le cure che aveva per lei.
Però poi la raccoglieva e l'appendeva alla parete sopra il letto e la guardava
ammirata, perché lei era una persona che di sbagli ne aveva collezionati nella
vita e così pensava che quella fosse la chitarra fatta apposta per lei. Una
chitarra che suonava bene e male. Una chitarra viva e capricciosa.
Passarono tanti anni e quella ragazza divenne donna e la donna divenne mamma e
nonna e tutta bianca e buona e la chitarra sempre lì con lei.
Aveva avuto la pazienza di tenerla con sé e di volerle bene, sebbene non fosse
perfetta.
Capitò così una sera che la nonna di ormai novanta e passa anni si sedette sul
letto, proprio davanti allo specchio di camera sua e prese con le mani che
tremavano la vecchia chitarra costruita molto tempo prima da un liutaio esperto
con il legno di un albero che non cresceva mai.
Prese in mano la chitarra e se la strinse al petto e iniziò a suonare quei pochi
accordi che ancora aveva a mente.
Le sue mani fragili non premevano le corde come avrebbero dovuto ma la casa si
riempì di note dolci come il miele. Non una stonatura, non uno sbaglio, niente
di niente. Solo musica perfetta.
La nonna continuò a suonare con gli occhi chiusi e la musica non sbagliò mai,
poi li aprì e vide lo specchio di fronte a sé e in lui la propria immagine
solamente che al suo posto, seduta lì, sul bordo del letto, c'era la bambina di
un tempo, quella che aveva chiesto in prestito la chitarra all'oste, con gli
occhi vispi, i capelli del corvo e quel naso come un carciofo e d'un tratto
capì.
Non era il legno che si ritirava e la chitarra che stonava. No. Niente di tutto
questo.
Era la pianta con cui era stata costruita, quella che non cresceva mai. Una
pianta che aveva dato l'anima ad uno strumento che suonava solamente se eri
bambino.
La nonna, a quell'età, fu talmente felice di quel regalo che non pensò nemmeno
per un attimo a tutte le delusioni che quel dannato strumento le aveva fatto
patire, alle brutte figure che le aveva fatto fare con gli amici mille e mille
volte, alle umiliazione quando, in qualche bettola, tutti quanti la fischiarono.
Fu solo felice di essersi tenuta quella chitarra fatta di un albero che non ne
voleva sapere di crescere.
Mildi, il suo naso e l'amore
Era autunno inoltrato e i boschi del Cadore
incendiati di rosso e di giallo.
Leone viveva in una casa in legno ai margini del bosco con la figlia Vera. Sua
moglie era salita in cielo solo un anno prima, dando alla luce la loro bambina.
e nuvole, quel giorno, filavano schiaffeggiate dal vento e l'inverno si
preannunciava rigido e bianco.
Leone controllò la legnaia: era quasi vuota.
Entrò in casa, con le mani ruvide e grandi rimboccò le coperte alla figlia che
dormiva serena, prese la scure, la infilò nella gerla e si incamminò tra gli
abeti.
Non trascorse molto che si mise al lavoro tagliando rami e arbusti con mano
esperta quando, d'un tratto, mentre era chino su di un tronco, con la coda
dell'occhio gli parve di vedere qualcosa muoversi svelto.
Alzò la testa guardandosi attorno in silenzio. Il bosco era immobile.
Leone riprese il suo lavoro ma di nuovo un movimento. Veloce. Fulmineo.
Questa volta era sicuro dei suoi occhi. Non poteva sbagliarsi. Afferrò la manèra
con le due mani e si diresse spaventato proprio verso un vecchio larice poco
distante.
"chi c'è?" domando con voce grave
Nessuno parlò
"chi c'è?" - ripeté Leone - "ti ho visto. Vieni fuori o io ..."
Proprio mentre diceva queste parole qualcosa si mosse. Due occhi rotondi e vispi
spuntarono da dietro l'albero, sotto un cappello di stoffa marrone tutto
sgualcito.
Lo guardarono fisso.
Una mano, nodosa, verde e magrolina fece capolino carezzando la spessa corteccia
e poi, con un movimento veloce come il lampo, quel piccolo essere sgusciò fuori
dal nascondiglio e in un attimo fu a pochi centimetri da Leone che non aveva
avuto nemmeno il tempo di muovere un muscolo.
Era basso, con scarpe di foglia cucite insieme da fili d'erba, gambe rinsecchite
e muscolose e orecchie verdi e a punta che si muovevano come radar. Al centro
della faccia, di poco sotto ai grandi occhi, un naso sottile e lungo, nascondeva
la bocca ripiegata in una smorfia di sorriso beffardo.
Leone era atterrito. Non sapeva cosa fare ne che pensare. Così, l'unica cosa che
riuscì a dire fu:
"c...chi sei tu?"
L'ometto gli piazzo gli occhi negli occhi mentre muoveva le orecchie a destra e
a sinistra.
"chi sono io?" - sbottò poi con voce stridula - "oh bella questa. Chi sono io mi
chiede! Ho Ho Ho! E dimmi.. chi saresti tu invece? Cosa molto più interessante!"
"io ... io ... il mio nome è Leone"
"Leone? Ma è un nome anomalo. Anamalo. Sì insomma.. di animale! Chi mai hai
potuto darti un nome simile. Beh Beh ... non importa. Io comunque sono Mildi"
"Mildi? E ... sei uno gnomo??? "
"Uno gnomo! Sentite! Uno gnomo! Ma come può venirti in mente. Uno Gnomo! Questa
poi. Ho un cappello rosso?? Ho la barba?? I Baffi?? Eh.. rispondi"
"n.. no"
" e allora come potrei mai essere uno Gnomo! Sono un folletto. Non si vede?
Santi numi! Sono Mildi, il folletto, e sono un cercatore"
"un cercatore?"
"già, un cercatore. Hai capito! Sei sordo?"
"e ... cosa cerchi?"
"cerco uomini. Sono un cercatore di uomini. Anzi .. per meglio dire... cerco un
uomo solo. Cerco un uomo. Sì. Questa è la risposta giusta. Un uomo per me. Una
donna forse"
"e .. come lo cerchi?"
"senti che domande. Eh sì che sembri intelligente! Come dovrei cercarlo un uomo
secondo te? Con il naso... è ovvio!"
"oh certo" - borbottò Leone - "è ovvio"
"anzi ... posso annusarti? Me lo permetti?"
Senza attendere risposta Mildi prese a girare attorno a Leone ficcando il naso
dappertutto.
"no ... non sei tu ... non sei tu ... " ripeteva con un filo di voce, poi gli annusò
le mani e si bloccò, pietrificato, e gli occhi presero a roteare e le orecchie a
vibrare.
"eccolo!!!" - disse poi - "eccolo" e stramazzò in terra.
Leone in principio non capì. Quando Mildi rinvenne non si staccò un attimo dal
suo nuovo amico. Lo seguiva tra gli alberi, gli girava attorno, gli stava tra i
piedi.
"ma insomma ... mi dici che vuoi??"
"conoscere quell'odore" rispondeva Mildi
"quell'odore è il mio. Sono io"
"non dire stupidaggini. Tu sei un burbero! Quell'odore è di zucchero"
Così trascorse il giorno e la sera Leone rincasò con Mildi che non volava
saperne di lasciarlo. Lo seguì fino a casa.
"Ecco. Io sono arrivato" - disse sulla soglia - "mi spiace ma qui non puoi
entrare. Nemmeno ti conosco"
Non aveva finito di parlare che Mildi già non c'era più. Come un lampo si era
intrufolato nella baita e la stava mettendo a soqquadro annusando in ogni dove
fin quando giunse alla culla di Vera e qui si fermò. Sentì un brivido, afferrò
dolcemente con le sue esili mani le sbarre in legno del lettino e ci infilò
dentro il naso e inspirò.
I suoi occhi si fecero di miele e Mildi si innamorò perdutamente di Vera e del
suo odore.
Da quel giorno il folletto non abbandonò più la casa di Leone. Rimase al fianco
della bimba che amava e passarono i mesi e gli anni e Vera cresceva fino a
diventare ragazza e poi donna e si era talmente abituata ad averlo vicino che
non poteva nemmeno provare ad immaginare una vita senza di lui.
Mildi, dal canto suo, in tutti quegli anni era cambiato. I primi tempi se ne
stava ore ed ore in adorazione della sua amata poi, seppur stregato dall'odore
di lei, a volte guardava nostalgico dalle piccole finestre i boschi verdi e
qualcosa gli si muoveva dentro. Non avrebbe saputo dire che cosa, certo è che
qualcosa c'era.
Accadde un giorno un fatto davvero strano per un folletto. Era primavera
inoltrata quando Mildi prese il raffreddore. Mai, nel suo popolo, si udì cosa
simile, che i folletti sono immuni a tutte le malattie. Fatto sta che quell'anno
Mildi si ammalò e il suo lungo naso si tappò.
Non riusciva più a sentire l'odore stregato della sua amata e le catene di
cristallo che lo tenevano legato a lei si sgretolarono.
Mildi passava sempre più tempo alla finestra, con il cuore nei boschi.
Vera era molto offesa da questo suo nuovo comportamento e ne soffriva, e Leone,
di tanto in tanto, accendeva la pipa e, seduto in poltrona, guardava l'antico
amico folletto presagendo già il futuro.
Accadde una mattina che padre e figlia si alzarono e trovarono la finestra della
cucina spalancata, un paio di biscotti sgranocchiati e nessuna traccia di Mildi.
Vera scoppiò a piangere. Il cuore traboccava di tristezza. Avrebbe voluto
morire. Leone cercava di consolarla con parole di padre, senza riuscirci.
Mildi era ritornato nei boschi, a casa, perché solamente con il naso tappato,
scherzo del destino, aveva finalmente conosciuto l'odore meraviglioso della
libertà.
Aveva deciso di andarsene in silenzio. Qualsiasi parola sarebbe stata troppo
dolorosa e inutile ma lui, quella cosa, la doveva proprio fare. Dopo tutto era
folletto e, solamente tra folletti, avrebbe potuto esistere quell'amore che ti
fa svegliare all'alba in cima ad un abete bianco e sgranocchiar radici o che ti
fa addormentare la sera su un masso in alta quota, abbracciati, coperti solo di
polvere di stelle.
Mildi capì tutto questo annusando per la prima volta la libertà e fece l'unica
cosa possibile: la inseguì.
Trascorse il tempo e la ferita nel cuore di Vera non ne voleva sapere di
rimarginarsi. Soffriva. Soffriva di notte e di giorno.
Leone preparava tisane, le diceva parole di conforto ma niente.
Poi, un bel giorno, Vera andò nei boschi dalle parti di Pozzale per raccogliere
fiori. S'addentrò nella foresta e, con sorpresa, scorse Mildi. Non era solo
però. Era con un folletto biondo dai lunghi capelli. Una folletta bionda e buffa
e distesa su di un tronco abbattuto. Se ne stava lì con le mani dietro alla
testa a guardare il cielo mentre Mildi, seduto ai suoi piedi, suonava melodie
antiche con un'ocarina fatta di foglie.
Finì di suonare, prese la mano alla sua amata, la guardò e sorrise di un sorriso
che Vera non aveva mai visto. Un sorriso dolce, grande e vero. Un sorriso
d'amore.
Vera capì e il ghiaccio che le attanagliava il cuore si sciolse.
Ritornò da Leone finalmente felice e con il cesto pieno di fiori profumati.
Entrò in baita e si mise alla finestra. Fece un profondo respiro e distese le
labbra.
Fu in quell'attimo che la mano del padre ormai anziano le si posò sulla spalla.
"l'hai visto?" chiese
"si" rispose lei
"hai capito finalmente?"
"si" rispose ancora lei.
Leone non aggiunse altro, solo si allontanò dalla figlia.
Vera aveva compreso una cosa molto importante. Aveva capito che amare significa
lasciare andare ed essere felici per questo. Il fatto che poi una persona, o un
folletto, decida di starti attorno anche tutta la vita è un miracolo che non
accade quasi mai ma, se accade, è una cosa che deve nascere dalla libertà di
scegliere, ogni giorno, che quella è la creatura che ami.
Più di ieri e meno di domani.
Per un altro giorno ancora.
Forse per sempre, ma un giorno per volta.